La parabola artistica di Saverio Barbaro è partita da Venezia ed è tornata a Venezia per il centenario della sua nascita. Fino al 6 gennaio nella sede della Fondazione Bevilacqua La Masa a Palazzetto Tito approda l’ultima tappa delle celebrazioni dedicate all’artista veneziano in occasione di questo importante anniversario. A pochi anni dalla morte di Barbaro che si è spento a 96 anni nel 2020, l’antologica 1924-2024: Cento anni di Saverio Barbaro, curata da Marco Dolfin, ne ripercorre le tappe e l’evoluzione stilista attraverso quaranta opere, una delle quali, Porta bianca del 2020, realizzata poco prima della sua fine, sembra volutamente essere un elemento conclusivo. Un dipinto inedito dai “dettagli – come si spiega nel catalogo – appena abbozzati e non rifiniti … Quella porta appena schiusa .. come una soglia tra due mondi … forse tra gli ultimi traguardi pittorici” dell’artista. Opera che sapientemente, e significativamente, è stata allestita all’ingresso o all’uscita, secondo come la si voglia leggere, del percorso espositivo.

Quaranta opere dell’artista veneto in mostra a Palazzetto Tito a Venezia
La rassegna ripercorre le tappe e i temi di Saverio Barbaro, a cominciare da una natura morta del 1943, prima opera nota dell’artista, la cui ispirazione forse nasce da De Pisis che proprio in quell’anno arriva a Venezia. Poi immagini tipicamente veneziane come una veduta di Torcello, una paesaggio lagunare, una Chiesa della Salute, siamo tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta. Negli anni successivi una borsa di studio porterà Saverio Barbaro a Parigi, tra stimoli e importanti sollecitazioni artistiche. La capitale francese diventerà oggetto delle tele di questo periodo, ma la Parigi dell’artista veneziano è diversa dalle tante immagini stereotipate e da cartolina. Barbaro di Parigi ritrae fabbriche, gru, rotaie ferroviarie. Un successivo soggiorno in nord Europa porta nelle sue tele le luci fredde dell’Olanda, della Bretagna.
Negli anni Sessanta l’artista veneziano trova forse la sua più originale e personale espressione artistica in immagini di animali morenti, di figure atomizzate, di corpi femminili dalle tonalità drammaticamente cupe. Temi lugubri, che denunciano anche gli orrori della guerra, come nella serie delle donne ebree violentate ad Auschwitz. La vivacità dei colori torna dopo alcuni viaggi in Africa. Compare in questo periodo la figura simbolica della colomba, “emblema di pacificazione tra i popoli”. Quella stessa colomba che rivediamo nell’ultima tela dell’artista, quella di quattro anni fa. Quasi un testamento spirituale.
(crediti foto in evidenza: Fondazione Saverio Barbaro)