Viaggio nella Milano della Vanoni, partendo da Largo Treves, ad un passo dalla sede storica del Corriere della Sera, e camminando sul Ponte dei Medici tanto caro a Buzzati e Montanelli. La “cantante della mala” dai trani sui Navigli alla Bussola della Versilia con l’incursione a San Paolo, in Brasile per il poeta De Moraes e il chitarrista di “Tristezza per favore vai via”.
Veder scorrere, lunedì 24 novembre 2025, a 1.800 chilometri di distanza le immagini dell’addio milanese alla novantunenne Ornella Vanoni – dall’interminabile fila davanti al Piccolo Teatro alla gente sotto la pioggia sul Sagrato della Basilica all’angolo tra via Fatebenefratelli e Piazza San Marco – mette tristezza e dipana il film della memoria dei “Luoghi di Ornella”.
Dai Navigli a Brera, dai trani – intesi come osterie – della mala a quella casa d’angolo che dà su Largo Treves, sull’angolo tra via Senato e via Solferino, che per oltre trent’anni mi ha visto transitare per tuffarmi nei parcheggi con accessi da quel che un tempo era il Ponte dei Medici sopra il Naviglio interrato e recentemente ribattezzata in via Eugenio Balzan… sì, parliamo della via di Dino Buzzati (difatti la sala delle conferenze del Corriere della Sera che dà su via Balzan è intitolata al genio bellunese della scrittura e del disegno) dove, tra l’altro, visse in un appartamentino anche Cilindro “Indro” Montanelli.
Il mio tragitto era un rito: in auto risalivo via Senato sino al Ponte dei Medici, scendevo in garage lasciando l’auto al posto riservato (e lautamente pagato sino al momento della ristrutturazione del palazzo del Corriere), tornavo in superficie sul “Ponte” oppure su via Ancona per imboccare via Solferino svoltando a destra, raggiungere il tabaccaio ai tempi da fumatore: sigarette, caffè, quattro passi verso il numero civico 28 appena oltrepassata la soglia della residenza della famiglia Mangiarotti, i fenomeni mondiali della scherma moderna.
E su, su verso le redazioni del Corriere e della Gazzetta, lanciando sguardi alla nobile Sala Albertini e ai quadri di coloro che nel tempo hanno diretto il “giornale più venduto in Italia”, l’altra faccia della medaglia comprendente a quel tempo anche il “giornale più letto d’Italia”, ovvero la Gazzetta.
Lì, al 28 di via Solferino e nell’edificio parallelo più moderno e ammodernato che dà su via San Marco da dove un tempo usciva, stampata di fresco, per la maggior parte della quota di distribuzione nazionale il giornale più venduto e il giornale più letto. Si era nel tempio dell’informazione: quell’informazione dalla credibilità inconfutabile. Questione di reputazione. Bei tempi…
E il tempio di Ornella Nazionale era ad un passo. Quante volte s’è sbirciato oltre il portone aristocratico di Largo Treves, al di là del cancellone di ferro lavorato a mano oltre cui c’è un giardinetto! In cima al palazzo c’era l’attico della Vanoni, dove ha continuato a vivere con il figlio Cristiano avuto dall’impresario Lucio Ardenzi sino a quando fu costretta a vendere l’appartamento perché “sul conto mi erano rimaste 30.000 lire”, poco più di 15 euro.
Se il Bebel di via San Marco era il ristorante del pranzo domenicale anche per via delle puntarelle alla romana con acciughe e aceto – tanto care a Bernie Ecclestone che ci andava con l’intera famiglia allargata a pochi amici scelti ogni anno il giovedì prima del Gran Premio d’Italia di F1 a Monza -, il palazzo di Largo Treves era l’incrocio di certi destini che presi singolarmente uno-per-uno darebbero spunti per una gigantesca biblioteca di racconti di vita (e pure di morte).
Quello in Treves, e l’”appartamentino” più in là scelto come ultimo rifugio nel cuore di Brera, sono stati sempre gli angoli dove sperare di poter vivere seppure per un solo istante intrecci da favola con, citati alla rinfusa e non cronologicamente, le storie di Sarah Ferrati, Giorgio Strehler, Cesare Pavese, Gino Paoli, Teddy Reno, Dario Fo, Franca Rame, Pierpaolo Pasolini, Sergio Bardotti (che a colazione lo vedevi scrivere in cinese…), Luigi Tenco, Giorgio Gaber, Adriano Celentano, Bettino Craxi, il “sacrificato” Silvio Berlusconi, il Cardinal Martini, Bruno Lauzi, quella che prima era l’amica Mina e poi la rivale Mina, il “Diavolo” Giulio Andreotti, Francesco Gabbani, Vinicio de Moraes e persino il chitarrista, poeta, cantante Antonio Pecci Filho detto Toquinho… e senza dover andare in Brasile, a San Paolo.
Lì, in quei Luoghi di Ornella, ogni volta che ci si passa, si mescolano le note e le parole di “Ma-mì” di Strehler, “Senza fine” di Paoli – “quello che mi avevano detto essere antipatico e frocio e al quale ero stata dipinta come portasfiga e lesbica”, “L’appuntamento” di Lauzi, “la voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria” di De Moraes con Toquinho, “Tristeza” di Lobo, Chiosso e Niltinho, i “la luna e i falò” di Pavese e tutto, ma proprio tutto, Pasolini, che per la Vanoni è stato “il migliore in assoluto, così vessato dalla destra come dalla sinistra per finire ad essere amato dalla gente”.
La Milano del Bebel (di sicuro in via San Marco, non si sa se anche in via San Vittore), del Santa Lucia, del Rigolo, di Grand’Italia, del Piccolo di Strehler, delle osterie sui Navigli (e non soltanto), della Stazione Centrale dove papà Nino, industriale farmaceutico, e mamma Mariuccia trascinarono Ornella per farla sfollare in treno allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale appena dodicenne, la scuola delle Orsoline, i collegi in Svizzera, Francia e Inghilterra dove ha imparato le lingue pur volendo diventare… estetista! E ancora: Santa Margherita Ligure, la Versilia della Bussola e soprattutto Viareggio con l’”aiuola Vanoni” – ne chiese una anche alla città meneghina –, gli angoli della Brianza verde dalle parti di Capiago Intimiano e Montorfano, di Cascina Pelada e del maneggio Il Grillo.
Guardandomi intorno, molto parla di Ornella Vanoni perché i suoi “passaggi” fanno storia così come accadde nel Teatro di Catania dove regalò una serata memorabile anche per essersi esibita e aver intrattenuto il pubblico cantando con il braccio un po’ alzato.
Prosit e R.I.P.




