Il sarto umbro “geniale e garbato” dipinto da due Premi Oscar come Tornatore e Piovani. Il nuovo Tour in Europa dell’eclettico pianista, che ha lottato contro un mieloma. L’addio alla donna fatale, che nel Sud della Francia trovò il luogo d’elezione da anima libera consacrata ai propri animali.
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Il 2025 si congeda con tre lampi:
- l’esaltazione di Brunello Cucinelli grazie a due Premi Oscar dirottati verso uno spottone: parliamo di Giuseppe Tornatore regista e di Nicola Piovani musicista;
- la rinascita di Giovanni Allevi, che dopo tre anni di lotta estenuante al mieloma multiplo si rimette in movimento annunciando uno straordinario Tour per il 2026;
- la scomparsa di BB, alias Brigitte Bardot, che al tramonto del mese di dicembre se ne va a 91 anni, lasciando dietro di sé un’infinità di momenti da incorniciare.
Un finale di stagione intrigante, non c’è che dire.
Flash 1: Cucinelli.
La cronologia ci consegna a metà dicembre “Brunello, il visionario garbato”, un docufilm che parla del sarto capace di irrorare di spiritualità e di bellezza tutto ciò che tocca da quando scelse la strategia più efficace per emanciparsi dalla triste situazione in cui era precipitato il papà, tanto da mostrarsi in lacrime al figlio per via di un’umiliazione patita sul lavoro. Il signor Umberto se ne è andato nel 2022 a cent’anni. E’ stato il mentore di Brunello, che l’ha ripagato con soddisfazioni enormi grazie alle creazioni in cachemire e non soltanto. Nella “Lettera al padre”, il figlio divenuto famoso tratteggia la figura del genitore che nell’agricoltura aveva trovato l’ispirazione per far germogliare in tutt’altro settore i semi della genialità del figlio.
Forse quella Lettera è sfuggita ai più. Ne proponiamo alcuni passaggi al semplice scopo di sottolineare i valori di un rapporto da incorniciare:
“Solomeo, 27 Maggio 2022
“Ho capito, con il tempo, quando le antiche cose divengono dorate e le nuove ci coinvolgono così da vicino che a volte quasi non ci lasciano respirare, il significato della parola e della figura del “padre”.
“Per me negli anni della giovinezza, mio padre è stato l’uomo silenzioso, sobrio, coraggioso e mite, che mentre conduceva la sua vita quotidiana nel ruolo della piccola società agricola famigliare, era in realtà, anche se ancora non me ne rendevo conto, la mia guida sicura e il mio costante riferimento.
“Non lo sapevo, ma in quegli anni durante i quali andavo formando il mio avvenire, ogni più saldo concetto di azione verso la famiglia, verso il Creato e verso le persone si stava lentamente plasmando e attingeva le ragioni più profonde proprio da quest’uomo.
“È stato sempre coraggioso e silenzioso l’atteggiamento di mio padre Umberto verso il dolore, e penso al suo rapporto con la guerra che aveva combattuto, della quale non parlava mai, non di sangue, non di morte, però ricordava gli episodi umani, quelli che possono nascere anche nei momenti più difficili, come quando, per la grande sete, privo di qualsiasi sostentamento, insieme ad altri commilitoni, fu costretto a bere l’acqua di una pozzanghera nella quale avevano orinato i cavalli; e solo raramente, per un vecchio dolore alla spalla, gli tornavano alla mente le pesanti bombe che aveva trasportato sulla schiena per tante e tante volte. Le bombe, ne aveva sentite tante esplodere, ma non ne aveva viste, come non aveva visto il sangue e le ferite, e le morti, o almeno così gli faceva piacere che fosse.
“Gli insegnamenti più importanti per la mia educazione e per la futura visione del mondo avvennero nel periodo più bello, quello della vita da contadini. Tornando indietro, a quel tempo che oggi mi appare incantato, quei cieli infinitamente alti e infinitamente azzurri dove le nuvole sempre allegre si rincorrevano in mille forme da una parte all’altra dell’orizzonte sopra i monti nereggianti di boschi e i prati smaltati di fiori, oggi mi viene da pensare che mio padre era così forte perché in lui riecheggiavano le leggi della natura: la natura lo aveva formato e nutrito. È vero che, secondo i costumi del tempo, mio padre non aveva l’abitudine di prendermi in braccio o di accarezzarmi, né si occupava delle mie vicende scolastiche; per queste cose vi era la mamma, e quante volte, la sera, stanca dei tanti lavori, rigovernata la cucina dopo cena, lei si dedicava con premuroso affetto a me, al mio studio: che ricordo bello quello dei Nibelunghi, l’opera che dovevo mandare a memoria e che lei pazientemente leggendo e rileggendo mi ripeteva, e nella mia fantasia, diventata sublime per la stanchezza e per il fuoco del camino, mi sembrava di essere uno di quegli eroi! Erano questi i ruoli, l’affetto materno da un lato, la saggezza paterna dall’altro, fatta di esperienza e di praticità…”.
Da incorniciare. Appunto.
Quella lettera parte da Solomeo, il borgo incantato di Cucinelli. Ma lo scritto affonda le radici in altra zona rispetto a quella collina in provincia di Perugia, che spesso abbiamo sfiancato nell’andirivieni su e giù per l’Italia. Ma non ha colpito Tornatore. Senza peli sulla lingua, possiamo affermare che “Nuovo Cinema Paradiso” è ben altra cosa. Così come altra cosa è la colonna sonora di “La vita è bella” senza voler offendere Piovani, s’intende.
Tornatore e Piovani non aggiungeranno altri Oscar a breve grazie e a Cucinelli. C’è da giurarci. E neppure raggiungeranno con il documentario sullo stilista umbro quegli incassi di Checco Zalone, che cammina verso Santiago di Compostela con un “Camino” che in soli 4 giorni ha incassato al botteghino quindici volte il “bottino” del garbato signore di Solomeo. Il tandem Tornatore&Piovani ci ha offerto l’opportunità di rispolverare la lettera di Brunello a tre anni di distanza e ciò basta (per quel che ci riguarda).
Flash 2: Allevi.
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Risvegliarsi all’alba sulle onde della radio che diffondono le parole di un Giovanni Allevi rinvigorito significa avere davanti a sé una giornata all’insegna dell’ottimismo. Ciò accade a ridosso di Natale quando, a buio ancora profondo, arrivano all’orecchio le frasi del musicista capellone brizzolato.
Tra maggio e giugno, Allevi ha parlato spesso della lotta al mieloma. Era arricchisce il ritorno al palcoscenico con l’annuncio di un tour davvero interessate, a partire dalla performance di Pavia. Sembra spazzata via in un battibaleno la paura di perderlo a breve. E’ un classe 1969. A 56 anni si era lasciato andare in una dichiarazione da gladiatore della malattia: “Dicono che ho il 5 per cento di possibilità di vivere, ma arriverò a 95 anni!”. Gli auguriamo il doppio delle aspettative.
Tra tutti i musicisti che sono passati dal Gargano per il Festival del Jazz annualmente programmato sulla spiaggia di Peschici da Donato Di Milo, il capellone Allevi è quello che ci ha colpito maggiormente per la spontaneità del verbo oltre che per l’abilità nel suonare il pianoforte per pochi intimi nel salone delle feste al pian terreno dell’hotel di Matteo D’Amato sulla spiaggia principale della “Perla”.
E mai dimenticheremo la felicità dei suoi occhi spalancati davanti alla piacevole novità d’aver risolto un problema che all’inizio degli Anni Duemila lo perseguitava: era finalmente andato a compimento il progetto di rimpiazzare la bicicletta che gli era stata rubata a Milano. In città si muoveva praticamente soltanto sulle due ruote. In bici, Giovanni raggiungeva i luoghi deputati alle prove e alle esibizioni. Non tenendo a casa neppure un pianoforte verticale, si esercitava, componeva e si esprimeva davanti al pubblico milanese esclusivamente nei luoghi raggiungibili nella quotidianità grazie alla bicicletta…che gli era stata rubata. Con una nuova a disposizione, il problema era cancellato.
Allevi è un istrione del pentagramma, che quasi mai utilizza. Lo ha dimostrato una volta di più il 27 dicembre al Parco della Musica di Roma dove, dalla sala Santa Cecilia, è partita la nuova tournée europea denominata “Piano Solo 2025/26” sulla scorta del collaudo sostenuto a Buenos Aires con brani collaudati innervati da suonate inedite. Farà tappa venerdì 9 gennaio al Dal Verme di Milano dove ci metteremo in fila come decine di altri appassionati sostenitori del marchigiano (è nativo di Ascoli Piceno) nella speranza di saltare l’ostacolo di un sold-out annunciato e prima di imbarcarci la domenica successiva per Malta. Il Tour prevede puntatine anche in Svizzera, Germania, Austria, Francia e tanta, tanta altra Italia da Nord a Sud e viceversa.
Il primo titolo spiega sino in fondo il Docufilm che ci ha tenuti incollati al video e la tournée permeata di brani come “Back to life”, appunto, “Go with the flow”, “Our future”, “Come sei veramente”, eccetera. E poi MM2, il violoncello da virtuoso inappagato e impagabile, e via discorrendo.
Il tumore al midollo osseo è bestia difficile da sconfiggere. Allevi sembra avercela fatta e sorprende una volta di più come quella notte sulla spiaggia di Peschici dopo la breve recita per pochi intimi davanti a una birra freschissima.
Flash 3: Brigitte Bardot
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Se ne è andata in una mattinata gelida anche nella sua Cote d’Azur. “Le Figaro” l’ha incensata con un titolo a tutta prima pagina: “Una donna libera”. E un editoriale che non ammette interpretazioni dubbie: “Profumo di eternità”. Emblematici anche i giornaloni italiani. Alcuni esempi. Il Corriere della Sera: “B.B. icona del cinema e prima animalista”. La Repubblica: “1934-2025. Libera e magnetica. Adieu Brigitte Bardot”. La Stampa: “Un sogno di nome B.B.”.
Si tratta di Brigitte Bardot, ovviamente: icona della bellezza femminile, madre discutibile, fiancheggiatrice dei partiti di destra. Per tutti è quella ragazzina con la camicia annodata sotto il seno e i capelli in libertà come la sua anima consacrata più a cani, gatte, capre, asini, etc., che alla famiglia.
B.B. ha abbandonato quel cinema che la voleva più bella che brava a soli 38 anni. Ha abbandonato la Parigi salottiera e si è “ritirata” nel sud della Francia: in quel regno incantato sognato dai più che si chiama la Madrague.
Là, a Saint-Tropez, B.B. ha vissuto i suoi anni più intensi dedicati, ad esempio, a quel cagnolone che sul sedile posteriore della Mehari da battaglia sbavò sul foulard di Milena Gabanelli che era volata in Costa Azzura per illustrare un progetto culturale a B.B. e che la stessa B.B. aveva rintracciato – parliamo di Gabanelli – in una viuzza del centro storico della cittadina alla moda. Milena poneva domande a Brigitte e l’ospeti guidava la Mehari arancione e parlava con il cagnolone e i gatti…
Tutti, proprio tutti, hanno scritto dell’addio a Bardot facendo leva sulla bellezza. S’è dovuto attendere il solito, impareggiabile Michele Serra, una sorta di Fortebraccio contemporaneo, ore e ore dopo le prime pubblicazioni per leggere un elemento spartiacque dell’esistenza della donna sognata da tutti, e cioè quella bellezza che cancellava ogni suo neo nelle recitazioni, che di certo non son state le migliori in assoluto nella storia del cinema.
E là, a Saint-Tropez l’abbiamo notata spesso quella Mehari arancione parcheggiata nella zona del porto, dove molto spesso attraccava anche lo yacht di Leonardo Di Caprio. Là, B.B. v sciabattava su e giù per la città vecchia così libera e “superiore” agli altri da ingenerare in ognuno una certa gelosia nei confronti della vita vissuta a proprio uso e costume.
Ricordiamo come fosse ieri il giorno in cui parcheggiammo il nostro Cinquantino della Piaggio accanto alla Mehari perché, proveniente da Port Frejus, appena al di là di Saint Maxime e poco prima di Saint Raphael, avevamo raggiunto quel luogo magico alla ricerca di un paio di regalini per Giulia e Andrea Alessandra. Lei, B.B., era “nascosta” in un foulard leggero e sorseggiava un caffè ad un passo da quella chiesa di Nostra Signora dell’Assunzione (dove il 7 gennaio 2026 le verrà tributato l’addio) e dal cimitero comunale marino dove finirà verosimilmente per essere sepolta nonostante Lei abbia manifestato anni prima a Le Monde la volontà di consegnarsi altrove alla terra e al mare. Vale a dire nella sua La Madrague all’ombra della villa rurale su due piani e accanto ai suoi animali più amati, che l’hanno anticipata nel viaggio… oltre il ponte.
R.I.P.