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La Lombardia e il suo Giro in bicicletta, dalle 32 uova di Binda a “King” Pogacar

La cinquina di Coppi, le incursioni di Merckx, i blitz di qualche principino in maglia iridata: viaggio nella Classica delle foglie morte, che tra funghi e tartufi chiude la grande stagione dello sport del pedale un po’ come capita con la Befana al tramonto delle festività natalizie. E dall’America arriva una domanda inquietante: chi è il più grande tra Merckx e Pogacar?

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Nelle redazioni del ciclismo e nella …vita imperversava un detto goliardico: il Lombardia e l’Epifania tutte le Corse / Feste se le portano via!

E’ così anche nel 2025? Chi lo sa? Fatto è che il secondo week-end di ottobre è quello della cosiddetta Classica delle Foglie Morte, che l’immaginario collettivo ha ribattezzato in “foliage” alla francese, che più contemporaneo nella definizione, ma rimane identico a quello moderno degli ultimi poeti dello sport raccontato e nella sostanza.

Guardandoci intorno, per chi fa outdoor al Nord dell’Italia continua ad essere il periodo in cui i micologi salutano il passaggio dai porcini agli ovuli e quindi ai finferli e per chi setaccia le Langhe piemontesi e le colline marchigiane che danno verso l’Umbria altro non è – e spera che lo sia – il momento dell’esplosione della passione per il tartufo bianco.

Da questo cocktail di emozioni esce ben impostato il Giro di Lombardia, che in questo contesto amiamo descrivere come la Lombardia del Giro che sopravvive al tempo dal 1905 e che dal 1907 è nella pancia della Gazzetta dello Sport a dispetto di chi lo vorrebbe in un diverso paniere di eventi di massima risonanza.

Da Giovanni Gerbi a Tadej Pogacar, tutti i bei noni – nobili, aristocratici, borghesi, popolani o avventurieri che fossero – hanno saputo inserirsi nel libro del Lombardia, che più che d’oro sarebbe da descrivere come di platino.

Nel 2025, Pogacar si è messo in capo tutte le corone d’alloro cui puntava (eccezion fatta della crono mondiale) e punta al quinto Lombardia di fila dopo i successi datati 2021, 2022, 2023, 2024: filotto non riuscito neppure all’immenso Fausto Coppi, che dopo il poker consecutivo 1946-1949 dovette aspettare un lustro prima di calare la cinquina.

Pogacar arriverà a pescare i jolly che hanno reso immortali Fausto Coppi, Eddy Merckx e in terra di Francia i giallissimi Jacques Anquetil, Bernard Hinault e Miguel Indurain. E forse raggiungerà il Mito di Alfredo Binda, che rimane il solo ad essere stato pagato con l’intero Montepremi pur di non partecipare ad un Giro d’Italia, che avrebbe comunque vinto: anzi, “ammazzato” sotto il profilo dell’agonismo.

Statistiche a parte, il Lombardia consacra generalmente il padrone della stagione che volge al termine. Milano ne è stata la capitale prima del triste vagabondare nelle province satellite e scivolare addirittura alla periferia di Monza, in un tristissimo periodo delle organizzazioni della rosea per poi consegnarsi a Como e a Bergamo in un’alternanza di affetti dovuta più agli interessi di imprenditori privati che alla di visione dei padroni del vapore e dei politici dell’amministrazione pubblica a cui si accompagnano. 

Tanto è che gli Eventi a corollario del pur meritevole Lombardia, tipo la Granfondo con la medesima intitolazione ma aggrappata alla figura intramontabile di Felice Gimondi, appassionano decisamente meno degli omologhi di altre corse della Regione più ricca e laboriosa d’Italia: la Tre Valli Varesine, ad esempio, vive meno sugli allori e, anno dopo anno, si conferma più versatile e intraprendente nel trovare elementi di arricchimento al tronco dell’albero dello sport del pedale. I duemila iscritti alla Granfondo Lombardia relegata a Cantù, in Provincia, sono molto meno dei 3.500 della Tre Valli nonostante i pericoli delle passate edizioni. 

Nel 2005, ad esempio, mandammo in stampa per RCS Sport un libro sul Centenario del Lombardia. Sono passati vent’anni e più niente. Soltanto mancanza di sensibilità?

A noi rimangono i ricordi più pregnanti dei racconti legati alle 32 uova ingurgitate da Alfredo Binda prima della partenza (solo tuorli? solo albume? Ah, saperlo), dei blitz di Eddy Merckx, di qualche scia delle moto amiche del principino italiano di turno (in maglia iridata o meno poco conta). Il resto può rimanere a sonnecchiare sino a quando decideremo di alzare il coperchio della segretezza, che a volte sconfina nell’omertà di uno sport che ha molto da raccontare e poco (ormai) da nascondere.

Pogacar si è confermato King del movimento e la sua squadra ha dominato lo scenario con tale autorità – ma l’autorevolezza è altra cosa – da apparire disarmante. Quando apre il “gas”, non ce n’è per nessuno. Queste considerazioni frullano nella mente quando vengono interrotte dallo squillo del telefono. Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico arriva una domanda: chi sceglieresti tra Merckx e Pogacar? In televisione, in un orario ragionevolmente differito dalla diretta della Rai, l’interlocutore racconta di aver visto Pogacar dominare la Tre Valli e d’essere arrivato al traguardo così fresco in volto da far invidia ai campioni di qualsiasi epoca.

“Un medico sportivo ben addentro alle cose del ciclismo – spiega Eugenio Colombo, “emigrato” in Florida e conosciutissimo nel mondo perché scienziato della morfologia degli equini da essere considerato #1 dei brooker di cavalli – mi dice che i valori fisici fatti registrare dal ragazzo sloveno sono dieci volte migliori di quelli dell’uomo normale… Tu, Angelo, chi scegli tra Merckx e Pogacar”, è la domanda a tradimento.

“Merckx”, rispondo. “E un giorno ti racconterò perché”: lascio col fiato sospeso l’uomo che ha esportato nel mondo i valori di Tony Bin, il fascino di Varenne e che collabora con gli sceicchi d’Arabia e gli allevatori statunitensi e giapponesi che annualmente arricchiscono di trofei le bacheche di casa e di dollari pesanti i propri conti in banca.

Quel giorno verrà presto.

Intanto proponiamo un’escursione nelle Langhe in attesa di osservare con attenzione l’ennesima annuncia incursione di Pogacar sulle strade italiane. Chi può resistergli da Como a Bergamo? E chi lo sa? Fossimo a Malta, faremmo una passeggiata a Birgu per godere di quella festa popolare, che non tradisce mai le aspettative. Essendo di passaggio in Italia, facciamo rotta verso il Lombardia di sabato 11 ottobre, guardando con tristezza la salita al Ghisallo collocata scioccamente nella prima ora di corsa anziché nell’ultimo scorcio della competizione: un po’ come mettere la Cima Coppi del Giro nella prima delle tre settimane della gara più importante d’Italia.

Boh. Valli a capire.

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