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L’Italia del Giro

La Siena del Palio e del grande ciclismo 
da scoprire con “Aceto”, Luciano Pavarotti e Mel Gibson

Da Calzolari a Pogacar, passando per Cancellara e il dramma di Ravasio: da Badia a Coltibuono (Gaiole) alla Torre del Mangia, quanti ricordi suscita la Toscana delle bici, dei cavalli e della cucina sostenibile

La nostra personalissima Siena comincia a Badia a Coltibuono, perla della magica Gaiole in Chianti. E finisce in Piazza del Campo, all’ombra della Torre del Mangia. E cioè, corre da Emanuela Stucchi Prinetti – erede di quell’Augusto Stucchi fabbricante di biciclette che “lanciò” Alfonso Calzolari verso la conquista del Giro d’Italia 1915, edizione numero 5 della maggior manifestazione sportiva nazional popolare che ho avuto l’onore di dirigere dal 2004 al 2011 – ad un passo da dove David Rossi è stato… suicidato, come sostengono convinti coloro che ben conoscevano l’allora perno dei contatti istituzionali del Monte dei Paschi.

Lo Stucchi era in società con Giulio Prinetti, vale ricordarlo, già nel 1892, quando fondarono – appunto – la Prinetti Stucchi & C. a Milano, fabbrica di …tutto: macchine da cucire, biciclette e veicoli a motore. Una ditta che generò per estensione, grazie all’emigrato Ettore Bugatti, l’auto etichettata come “Tipo 1” con motore monocilindrico De Dion e telaio Rochet-Schneider. Il genio italiano di fatto la regalò alla Francia, sua nuova Patria d’adozione.

La famiglia Stucchi dovrebbe essere celebrata quotidianamente come entità distintiva tricolore che illumina il mondo intero perché anche Lorenza de Medici – mamma di Emanuela e Roberto Stucchi Prinetti made in Badia a Coltibuono – è conosciuta ad ogni latitudine, soprattutto dagli Stati Uniti d’America e in Australia, come imprenditrice nel settore dell’editoria con le ricette di cucina “The De Medici Kitchen” sbarcate via etere nel canale televisivo P.B.S. Lorenza de Medici anticipò tempi di Antonella Clerici e Benedetta Parodi, per intenderci, per un pubblico ben più vasto e ben più assetato di italianità culinaria dentro e fuori i confini della nostra Nazione.

Che straordinario collante è il Giro d’Italia… fa spaziare dalle biciclette di Stucchi alle auto di Bugatti e Agnelli (FIAT, Fabbrica Italiana Auto Torino), alle ricette di Mrs. Lorenza, ai vini biologici di Emanuela, ai piatti di Roberto… al Palio di Siena, che, come ogni 16 agosto, si rinnoverà anche nel 2025 ad un mese e mezzo dalla prima edizione stagionale del 2 luglio. Sarà visibile su “la7” di Urbano Cairo, che è lo stampatore de La Gazzetta dello Sport e l’organizzatore contemporaneo del Giro d’Itala oltre che della Milano-Sanremo, delle Strade Bianche mutuate dall’Eroica, della Tirreno-Adriatico, del Giro di Lombardia, del Gran Piemonte e della mitica Milano-Torino. 

Lì, nel cuore del Chianti, venimmo invitati a vivere la storia della Famiglia Stucchi Prinetti e lì sbocciò l’idea di portare nel ciclismo professionistico quella bella e sostenibile idea di gara disegnata per i cicloamatori sugli Sterri e sulle Crete senesi da un poeta del pedale in cerca d’autore insieme ad manipolo di amici su cui spiccavano il sindacalista dalle cause mai vinte, il costruttore edile innamorato delle tartarughe di terra, il banchiere dedito alle avventure in bicicletta (e non). Giù il cappello: idea stratosferica cullata da persone perbene e lanciata nel gotha delle competizioni sportive da David Rossi a dalla banca fondata nel 1472 come Monte di Pietà – senza avere troppa pietà dei concorrenti fiorentino – sopravvissuta a mille attacchi e a mille distrazioni che rischiarono di trasformarsi in distruzioni.

Come l’Eroica (ribattezzata per i top rider in Strade Bianche al fine di dribblare stucchevoli rivendicazioni di royalty e qualche ribollita indigesta, emancipatasi da Gaiole per salire a Siena), a Badia a Coltibuono, che l’esplicativo sito web dipinge come fondata nell’Anno del Signore 1051, è sbocciato anche il reverenziale interesse per il Palio di Siena, che va in scena ad una trentina di chilometri quel Palio che nel mondo è sinonimo di Aceto, alias Andrea Degortes, trionfatore in 14 delle 58 edizioni affrontate, spavaldo intrattenitore di Mel Gibson, Luciano Pavarotti e Tony Blair, tra gli altri.

Mel Gibson, senza alcuno dei suoi 7 figli (!), è stato avvistato a cavallo tra luglio e agosto a Roma e magari porterà ancora un po’ di Hollywood a Siena così come ha fatto a metà settembre del 2024 nella nostra cara Malta quando visitò la Cattedrale di San Giovanni e il Palazzo del Gran Maestro alla ricerca di luoghi magici dove ambientare nuovi serial, magari sul grande assedio alle isole della luce nel cuore del Mediterraneo. Vedremo. Intanto, rimarchiamo quanto confidato da Aceto a La Stampa, mettendo l’attore e regista statunitense sullo stesso piano dell’artista di Modena e del politico britannico.

Non conosciamo i rapporti tra Gibson e il cavallo. Di certo nel “Gladiatore” gli svarioni sugli equini sono almeno 38 come sottolinea chi di cavalli se ne intende.

Di certo, invece, l’amore per i cavalli fu per Pavarotti secondo soltanto a quello per la musica.

Dell’amore per il cavallo di Luciano Pavarotti si può leggere, tutto d’un fiano, lo scritto che il cantante consegnò a Giacomo Giuffrida, curatore di “Un cavallo per la vita” e che rbiamo a spizzichi e bocconi:

“IL MIO AMORE PER I CAVALLI è nato quando ero ancora piccolo. Come molti altri, nelle mie fantasie infantili, forse anche stimolate dalle favole, ho subìto il fascino di questo animale grande, generoso, forte.

“Ma era ancora soltanto un sogno.

“Poi un giorno, e non ero molto grande, a un mercato ho avuto modo di incontrare un cavallo a distanza ravvicinata. Ai miei occhi di bambino apparve come un gigante, ma un gigante buono… e ne fui definitivamente conquistato.

“Possederne uno però, vivere con lui nella complicità del quotidiano, poter fruire dei suoi servigi e della sua amicizia: tutto questo era ancora soltanto un sogno.

“Ci sono voluti molti anni perché il desiderio potesse finalmente trasformarsi in realtà, ma non sono stati dal punto di vista equestre anni inutili.

“Ho capito molte cose sui cavalli dal giorno in cui, da adulto, ho potuto frequentarli più assiduamente, nei luoghi e nelle latitudini più diverse. Ho capito che questo animale nobile e scontroso, timido e fiero è soprattutto un animale dell’armonia.

”E non soltanto per la ritmicità del suo passo o per l’estrema sensibilità che dimostra di avere alla musicalità dei suoni o della parola, né perché sembra essere, soprattutto nella nostra civiltà così frettolosa e tecnicizzata, il tramite ideale per tornare a sentirsi in sintonia con la natura e con le reali scansioni della temporalità.

 ”Certo, tutto questo esiste e fa parte della ”magia” del cavallo, ma è soprattutto il suo rapporto con noi, il suo evidente desiderio di cooperazione, il suo venire incontro ai nostri più riposti stati d’animo o desideri che, per qualche misteriosa ragione, si trasforma in una sensazione di ritrovata armonia con noi stessi e con il mondo che ci circonda”.

…..

Pavarotti _ anima di “Pavarotti International” e di “Parotti & Friensa” a base ancje e soprattutto di cavalli e opere di beneficenza _ concluse:

”Se è vero che la civiltà di un popolo si misura sulla base del rispetto che nutre nei confronti di tutto ciò che è vivente, la mia speranza è che il nostro Paese possa anche in questo settore far sentire alta la sua voce”.

E dunque, che cosa aspetta Siena ad introdurre regole più rigide riguardo al rispetto da portare ai propri cavalli che il 2 luglio e il 16 agosto regalano la Giostra più intrigante al mondo? Da quegli animali, una volta arrivati al capolinea delle feste paesane, ci si potrebbero attendere attenzioni speciali per gli ammalati desiderosi di ippoterapia.

Il Palio, si sa, affonda le radici nel Medioevo, data di nascita 1200 o giù di lì e Badia a Coltibuono già esisteva, come eredità di San Bonifazio ed è la Giostra equestre d’Italia per antonomasia. Sono cosciuti anche il Niballo di Faenza, la Quintana di Foligno e di Ascoli Piceno, il Saracino di Arezzo. Ma “il Palio” è il Palio di Siena, che vede impegnate giorno e notte, trecentosessantacinque giorni all’anno, le 17 Contrade cittadine. 

Due gli appuntamenti annuali: il 2 luglio per la festa della Madonna di Provenzano (della Visitazione) e 16 agosto per la festa della Madonna dell’Assunzione. Tre giri e mezzo di pista attorno alla folla in delirio, e via andare! Ma bene anche il cavallo “scosso”. Per completezza, elenchiamo le contendenti in ordine rigorosamente alfabetico e con le iniziali in maiuscolo: Aquila, Bruco, Chiocciola, Civetta, Drago, Giraffa, Istrice, Leocorno, Lupa, Nicchio, Oca, Onda, Pantera, Selva, Tartuca, Torre, Valdimontone. Si celebrano anche delle edizioni speciali, o straordinarie che dir di voglia, come ad esempio il Palio del Centenario dell’Unità d’Italia (1961). 

Un anno, la sera di Ferragosto fui invitato dalla Fondazione Monte Paschi ad una cena in una contrada che non citiamo per non suscitare invidia. Tra ricordi e aneddoti, tutto scivolò via in un attimo. Il corte per la benedizione del cavallo iscritto alla Giostra dell’indomani. I racconti dell’intimità ormai raggiunta tra i giocatori di basket della squadra locale allora protagonista in serie A prima di un lento ma inesorabile declino iscrivibile alla chiusura dei rubinetti della sponsorizzazione da parte della banca. L’intrattenimento con Pierluigi Bersani astro dei partiti di sinistra che in Toscana in generale e a Siena in particolare son sempre stati di casa. Chi vinse quell’edizione??? Top secret anno e di conseguenza padrone della scena del 16 agosto, che però non fu il cavallo benedetto sul sagrato della chiesa anche sotto il mio sguardo.

Nel luglio 2025 l’ha spuntata l’Oca con Giovanni “Tittia” Atzeni dopo una partenza tesa (che sta per falsa). Grazie al cavallo Diodoro, è stato per Atzeni l’undicesimo anello di una catena che si allunga ormai quanto quella di Aceto. Sabato 16 agosto, l’Oca se la vedrà nel “ristretto” con Bruco, Lupa, Pantera e Valdimontone. Stay… tuned!

Ma Siena non è soltanto Palio. E’ anche Eroica per tutti (cicloturisti e affini con bici dal telaio di ferro), Strade Bianche per pochi (corridori élite) e Granfondo (per i fanatici). Nel corso delle trasmissioni televisive che hanno volgarizzato l’appuntamento con i cavalli vezzeggiatissimi quasi mai si fa cenno alle competizioni ciclistiche. Questione di puzza sotto il naso di cronisti e commentatori e anche di cultura sportiva ridotta al minimo storico. Peccato. 

Evitando di scivolare in una polemica inutile, alziamo idealmente gli occhi verso la Torre del Mangia, la quattordicesima per altezza in Italia con gli 88 metri degli ultimi merli, che è metaforicamente sempre in attesa degli eroi a due e quattro gambe, lasciando dietro le spalle Rocca Salimbeni dietro cui c’è la viuzza dove venne trovato il corpo esanime del direttore generale che contribuì fattivamente a salvare l’Eroica dei cicloturisti e a lanciare le Strade Bianche in una primavera che guardava anche alla Milano-Sanremo per promuovere una di quelle debit card che ora vanno tanto di moda. 

La Torre del palazzo comunale di Siena, cominciata sabato 12 ottobre 1325, come amabilmente scritto da Agnolo di Tura, si inchina dal 2007 all’eroe degli sterri. La prima fu di Alexander Kolobnev, la più recente è stata di Tadej Pogacar come e meglio del 2022 e del 2024. In mezzo ci sono tanti nomi illustri, che l’hanno fatta scoprire al mondo come la Classica del Nord più a Sud d’Europa: cool come il Fiandre, fascinosa come la Roubaix, esigente – se allungata nel chilometraggio – come la Doyenne di Liegi. Qualche esempio? Gli altri iridati Michal Kiwialkowski, Julian Alaphilippe e Mathieu Van der Poel, lo schiacciasassi Fabian Cancellara e i fenomeni multidisciplinari Thomas Pidcock e Wout Van Aert. Meglio di così…

L’Eroica divenuta Strade Bianche ci riconciliò con il ciclismo vissuto a Siena, perché quella città rimane per le due ruote una medaglia dalle due facce. Come dimenticare quel pomeriggio del 23 maggio 1986 quando da Piazza del Campo, consumata la cronometro conquistata dal polacco Lech Piasecki, insieme all’inesorabile declino dell’ormai trentacinquenne Francesco Moser, ci lasciammo alle spalle la Torre del Mangia per scendere a Rapolano Terme? C’era da constatare la situazione in casa Atala-Omega con l’intenditore d’arte settecentesca Franco Cribiori direttore sportivo, con l’elvetico Urs Freuler già maglia rosa grazie al chilometro d’avvio contro il tempo di Palermo per lui magico, con l’emergente Gianni Bugno. In quel club stavano vivendo momenti drammatici tutti insieme, uniti dal dolore della tragedia di Emilio Ravasio, era caduto nella Palermo-Sciacca, che aveva comunque raggiunto il traguardo e poi l’albergo delle Terme per poi essere accompagnato in ospedale dove era finito in coma. Emilio se ne sarebbe andato il 27 maggio. E loro, cementati dal doloro, sapevano di essere chiamati a continuare un Giro disgraziato. Le morti son tutte drammatiche. Quelle al Giro lo sono di più. 

Vabbè, guardiamo il Palio e giriamo pagina una volta di più.

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