La pelle scura, la propria casa alle spalle e una distesa infinita d’acqua davanti, trattati come esseri umani di seconda fascia: a molti tutto questo potrebbe rimandare alla figura del migrante odierno, indicato sempre più spesso come un “problema” o un “peso”. Tuttavia questa è la descrizione che alcuni giornalisti americani fecero degli italiani che, a cavallo tra il XIX e XX secolo, lasciavano lo Stivale. Sebbene, infatti, oggi ci scopriamo un Paese molto geloso dei propri confini, un tempo eravamo proprio noi quelli da aiutare a casa loro.

La Grande emigrazione italiana

Negli ultimi anni il problema dei flussi migratori sembra caratterizzare la scena politica e sociale. Ogni anno, infatti, migliaia di persone fuggono dall’Africa e dal Medio Oriente alla ricerca di una vita migliore. Viaggi lunghi ed estenuanti, in cui spesso si perde la vita. Ad attenderli un’Europa all’avanguardia, in grado di offrire molto, ma ancora non del tutto capace nell’affrontare certi fenomeni. Ed in prima linea ci siamo noi italiani, tra i primi porti sicuri del Vecchio continente. Un Paese con una delle culture più ospitali del pianeta, ma che negli ultimi anni sembra risentire della presenza dello straniero. Sempre più frequenti, infatti, sono ormai fenomeni di intolleranza e insofferenza, che sfociano (in rari casi) in vero e proprio razzismo. E tra le frasi più gettonate, risuona quasi all’infinito quel «Aiutiamoli a casa loro».

migranti italiani - anziani italiani in stazione
Associazione Carta di Roma

Fino al secolo scorso, tuttavia, le cose erano ben diverse. Dall’altra parte della barricata c’eravamo noi italiani, intenti nel lasciare in massa la nostra amata terra. Tra il 1860 e il 1915 assistiamo a quella conosciuta come Grande emigrazione. Oltre 9 milioni di connazionali, dal Nord al Sud, abbandonarono il Paese, con il solo desiderio di poter migliorare la propria condizione economica e sociale. La meta più ambita il Nuovo Mondo, dal Canada all’Argentina, passando per gli USA.
Ammassati in vecchie navi, senza documenti e al limite delle condizioni umane (una coperta e un orinatoio ogni 100 persone), si doveva affrontare un viaggio di oltre un mese. Il tutto spesso in mano a veri e propri trafficanti, che lucravano (proprio come oggi) sulla disperazione delle persone.

Dall’America al Nord Europa

Ma una volta giunti a destinazione, come si veniva accolti? Non certamente nel migliore dei modi. Proprio come oggi, all’epoca lo straniero era visto come un invasore. Clima alimentato da una classe politica e una stampa non certo buonista, anzi. Nel 1880 uscì un editoriale del New York Times, Emigranti indesiderati, nel quale si definivano gli italiani «promiscui, pigri e criminali: una sporca feccia». Stessa storia nel 1921, quando in un articolo si lamentava di questa invasione, chiedendo di limitarne il numero a seconda della capacità delle navi. Furono coniati anche dei termini dispregiativi e denigratori, come Broccoli (usato per sfottere gli italiani che storpiavano la parola Brooklyn), Spaghettifresser (mangia-spaghetti) o Mozzarellanigger (mozzarella-negro, riferito al fatto che l’Italia era vista come un’estensione dell’Africa). Nel 1924, poi, il presidente del Museo americano di storia naturale Osborn durante una conferenza esclamò che «questi immigrati stanno rendendo l’America una discarica per esseri indesiderabili».

Nave carica di migranti italiani

Nel secondo dopoguerra si assiste alla seconda fase della migrazione italiana, conosciuta come Migrazione europea. Le destinazioni preferite erano, come intuibile dal nome, i paesi del nord e centro Europa: Germania, Francia, Olanda e Belgio. Si trattava spesso di italiani senza alcuna specializzazione, impiegati come minatori e operai, in condizioni non certo paragonabili a quelle di oggi. Spesso ammassati in piccole baracche, erano visti come portatori di malattie e criminalità. Lo stesso presidente americano Nixon, in una telefonata, disse che «non sono come noi, sono diversi e li distingui dall’odore. Il problema è trovane uno onesto…»

Una casa di migranti italiani
Foto Archivio Settimelli

Insomma, una vita non certo facile quella dei nostri connazionali che fino agli anni Sessanta del secolo scorso decisero di espatriare. Secondo l’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) nel periodo che va dall’Unità d’Italia al 1980 sono stati oltre 18 milioni gli italiani che hanno deciso di costruirsi una vita altrove. Se poi contiamo anche gli oriundi, il numero sale tra i 40 e i 50 milioni. Una vera e propria seconda Italia distribuita lungo i cinque continenti e che ha di fatto contribuito a diffondere la nostra cultura nel mondo.

Gabriele Roberti

Autore: Gabriele Roberti

Affascinato da sempre dal Lato Oscuro della Forza, abbandona in tenera età l’idea di diventare un Sith. Da quel momento ha iniziato a dedicarsi ad altro: gli studi, il lavoro, le ragazze e i tornei a Fifa. Dopo la laurea in lettere ha iniziato a scrivere senza sosta, arrivando a vedersi pubblicato su vari siti e blog come italiani.it.
Sogna un viaggio in estremo oriente, e di provare almeno una volta tutte le cucine del pianeta. In attesa ovviamente di una chiamata da Lord Fener…

Quando quelli da aiutare a casa loro eravamo noi: storie di migranti italiani ultima modifica: 2019-02-25T09:00:57+02:00 da Gabriele Roberti

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