Una serata all’insegna delle armi che uniscono e non dividono. Dalla scherma storica allo schema moderno, che riporta la memoria indietro di 40 e più anni sino ai trionfi dell’Italia a Long Beach e non soltanto. Tornano in ballo anche Cova, Dorio, Vaccaroni e il “Figlio del vento”
E’ stato sufficiente veder sfilare Andrei Xuereb con le sue armi della Malta Historical Fencing Association e intravvedere sullo sfondo Vincenzo Palazzo Bloise impettito nella sua candida felpa ITALIA per veder passare davanti agli occhi immagini indelebili dell’Olimpiade estiva di Los Angeles 1984.
Si era alla Friggieri Hall del Valletta Design Cluster per la serata dedicata a “La Scherma, che passione”. Prima fila impreziosita da Sua Eccellenza Valentina Setta, Ambasciatore _ o Ambasciatrice? – d’Italia a Malta: abruzzese d’origine, campana di laurea in Giurisprudenza, già rappresentante permanente alle Nazioni Unite a New York, profonda conoscitrice della Polonia, del Montenegro, degli Emirati Arabi, …cittadina del mondo con la passione per yoga e gatti!
Nella sua visita, l’Ambasciatrice è apparsa appassionata anche di scherma. Poi ha salutato Anna Porcheddu, mamma della Scatola Magica che ogni secondo martedì del mese propone incontri di livello, e si è involata – l’Ambasciatrice – ad onorare un appuntamento con i diplomatici di Varsavia presenti a Malta nel giorno (11 novembre) delle celebrazioni dell’anniversario della Seconda Repubblica di Polonia. Sul coperchio della “Scatola” sono rimasti i rappresentati di Fondazioni e di Associazioni che portano l’Italia mel mondo e hanno Malta nel cuore, così come chi pianta la bandiera dell’Università ogni dove, chi racconta di collegamenti sostenibili con le navi da Valletta alla Sicilia e a Genova, chi guarda alla patria vicentina senza rimpiangere Spritz e Prosecco.
Xuereb e Palazzo Bloise sono andati avanti allo sfinimento nella loro rivisitazione storica della scherma e la mente frullava verso LAX, intesa come Los Angeles. Sono passati più di otto lustri – scriviamo lustri per non ripetere a noi stessi la lontananza temporale di quei quarant’anni e oltre – da quei Giochi, che rappresentano lo spartiacque del prima e del dopo la nostra attività giornalistica nello sport.
Fu il direttorissimo Gino Palumbo a farci imbarcare per la California nel mezzo di una stagione già ricca delle cronache scritte, tra l’altro, dalle classiche del Nord Europa (Johan Lammerts vincitore del Fiandre e Sean Kelly padrone dell’accoppiata Roubaix+Liegi), dal Giro d’Italia (Francesco Moser con il blitz di Verona ai danni di Laurent Fignon!) e dal Tour de France (bis del risollevato Fignon). Che anno, quell’anno.
Dunque si sbarca a Los Angeles. Procedure per nulla farraginose. Pass “universale” recuperato già in aeroporto senza dover passare come nelle altre edizioni dal Main Press Center. Il quartetto azzurro della 4×100 pronto per l’oro grazie a Marcello Bartalini, Marco Giovannetti, Eros Poli, Claudio Vandelli (da non confondere con Maurizio dell’Equipe 84) e alle …ruote lenticolari portate in auge da Moser a Città di Messico per il record dell’ora (51,151 km) e nell’incursione da Soave all’Arena di Verona per laurearsi nuovo Radames del ciclismo a scapito, come detto, del francesino baccalaureato Fignon.
E, in un quadro generale, tutti pronti aspettare Carl Lewis pronosticato per 4 medaglie d’oro – 100, 200, 4×100 metri e salto in lungo – in stile Jesse Owens.
Beh… Aronne Anghileri deve vedersela con i nuotatori soprattutto perché Manuela Dalla Valle può combinare qualcosa di buono pur non essendo più nell’epoca di Novella Calligaris e non ancora in quella di Federica Pellegrini. Elio Trifari vede bene Daniele Masala nel pentathlon. Enrico Campana ha da fare con l’impegnativo girone del basket dell’Italia mentre nell’altro tabellone il Dream Team USA si incammina verso il dominio assoluto a scapito della Spagna. E via discorrendo.
C’è un volontario per …la scherma? Eccolo. Patente internazionale. Auto a noleggio. Motorola Text alla cintura. E via verso il Convention Center di Long Beach, ad un passo dal molo del ferryboat per l’Isola Catalina.
Noi debuttanti a pieno titolo all’Olimpiade dopo la fugace apparizione in Canara, a Montreal 1976, e davanti a noi un altro debuttante a pianissimo titolo, che nei Giochi con i protagonisti italiani dai cognomi brevi (Cova, Dorio, Marin, Scuri, Scalzo, Meglio, Ferri, Manzo, Cuomo, etc. etc.) c’è quel Mauro Numa che si mette al collo due medaglie d’oro del fioretto: individuale e a squadre.
Numa arriva da Venezia. Avrebbe fatto la felicità del più pignolo dei cronisti della Gazzetta, Aronne Anghileri che da lecchese era andato a sfrugugliare la comasca Dalla Valle. Invece fece felice noi… intesi come il sottoscritto, che così gustò da curioso cronista le prime medaglie extra ciclistiche della carriera giornalistica all’Olimpiade nella prima delle due settimane californiane, che poi mi avrebbero permesso di vivere in presa diretta – tra le altre – le impennate del Figlio del Vento (Lewis), della miracolata saltatrice Sara Simeoni e di quell’Alberto Cova, che spesso e volentieri notavamo in allenamento nelle strade brianzome secondarie da Mariano Comense a Lentate Sul Seveso e ritorno.
Insomma, dalla “premiata ditta” Xuereb&Palazzo Bloise è arrivata una scarica di adrenalina che a 41 anni di distanza ci hanno riportato a Los Angeles in quei primi “Giochi diffusi” inventati da Peter Uberroth: la superficie interessata dalle venues (i luoghi delle sfide) era analoga al triangolo Milano-Torino-Genova e si spingeva sino a Ventura per alcune gare sull’acqua.
Il fulmine a ciel sereno scagliato da Mauro Numa lo vediamo arrivare di tanto in tanto così da cominciare a pensare seriamente ad una trasferta a Los Angeles 2028 per incontrare – chissà? – Dorina Vaccaroni dagli occhi dolci, veneziana come Numa, che nel 1984 rimpinguò il bottino della scherma azzurra con il bronzo nel fioretto che portò a 9 le medaglie collezionate dagli italiani della scherma (5 ori, 2 argenti e 2 bronzi). Ora da vegana e buddista (non è che i due parametri siano obbligatoriamente collegati) vive emozioni fortissime in sella alla bicicletta da corsa di cui si è innamorata e con cui pedala in lungo e in largo negli Stati Uniti dell’immensa America. Dai salotti buoni e dal Carnevale di Venezia alle interminabili Road statunitensi, l’assalto di Dorina non dev’essere stato flebile.