Il ricordo viene sollecitato dalla scomparsa all’inizio del 2026 – nello stesso giorno che portò via Fausto Coppi, il 2 gennaio – di Joe Montgomery, l’inventore (anche) delle biciclette Cannondale. I suoi mezzi si fondavano sull’alluminio con cui venivano costruiti gli aerei di un altro visionario statunitense: William Boeing. Re Leone portò in giro per anni il marchio copiato dalla stazione ferroviaria di Wilton (Connecticut) e amato dal funambolico Shaquille O’Neil.
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Joe Montgomery se ne è andato sessantasei anni dopo Fausto Coppi.
E’ accaduto il 2 gennaio 2026 a Vero, Florida.
Aveva 86 anni
Arrivava dal New Jersey.
Era il Santone della Cannondale, storica fabbrica di mountain bike, motociclette, carretti, carrozzine per i diversamente abili, biciclette che affiancarono il Team Saeco sino al 2004.
Lo conoscemmo nel pieno della sua attività per via di un invito al vernissage di una nuova creazione. Una bici, ovviamente. Erano gli anni in cui Cannondale spopolava nel circuito del fuoristrada e si imponeva sempre più su strada grazie a campioni come SuperMario Cipollini: la Freccia di Lucca.
Ci prelevò in una sorta di bed and breakfast del New Jersey insieme alle punte della sua formazione di riferimento. Cipollini era “faro” del momento e della spedizione. Era una mattina dal clima freddo. Aveva il solito cappello da cow-boy a falde abbastanza larghe. Ci scorrazzò con una Volvo (sua partner nella mountain bike) fino al punto prestabilito dove ad attenderci c’era un piccolo aereo privato. In prima persona spalancò il cancello della recinzione. Entrò “a casa”. Caricò sul velivolo un paio di contenitori con posta, disegni, documenti vari, che teneva nel baule.
Destinazione Wilton, Connecticut.
Alle spalle c’eravamo lasciato il quartier generale popolato di ingegneri, pubblicitari, addetti al marketing e alla comunicazione. Un esercito di visionari. E siccome Joe era alle prese con un portatore di handicap, gli uffici erano frequentati da ingegneri e architetti diversamente abili “perché nessuno meglio di loro sa come deve essere fatta una carrozzina: difatti ne facciamo di così valide, che vengono impegnate anche nei tornei mondiali di basket per disabili”. Tutto vero.
“Si va là perché là, a Wilton, c’è la fabbrica. Per quel che riguarda la nostra storia vera, tutto è cominciato in uno spicchio di loft lasciato libero da un imprenditore che confezionava barattoli di sottaceti. A quei tempi ero in società con Ron (Davis) e Murdoch (McGregor). Per averci lavorato, io conoscevo bene la storia di William Boeing, che a Seattle, dall’altra parte dell’America, stava rivoluzionando l’aviazione civile. E non soltanto. Mi dicevo: se Boeing fa volare gli aerei con grazie all’alluminio, perché non provarci anche con le biciclette da mountain bike e da corsa?”, Montgomery prese a raccontarsi, che poi significava raccontare la Cannondale.
Perché Connecticut? “Perché quello è uno Stato d’America considerato sottosviluppato rispetto a New York e New Jersey: dunque il governo mette a disposizione sovvenzioni a fondo perduto… e noi ne avevamo bisogno”, confessò mentre manovrava il proprio aereo con autorevolezza.
Uomo da alti e bassi, impennate straordinarie e tonfi roboanti, Joe pilotava l’aereo come l’azienda, che se di tanto in tanto sul secondo fronte non teneva in considerazione nel modo dovuto o la portata o l’equilibrio, che sono alla base delle buone manovre di un aereo.
“Si va a Wilton, sì… a Wilton. Sapete perché il nostro marchio si chiama Cannondale? Perché là c’è un sobborgo che si chiama Cannondale. Nel periodo della fondazione della ditta, io ero incaricato di portare avanti le pratiche necessarie a farla funzionare. Andai nel posto più vicino dove c’era un telefono pubblico della AT&T per chiederne l’allacciamento. E quando dall’altra parte del cavo mi venne chiesto a chi intestare il contratto, mi accorsi che non avevamo scelto il nome dell’azienda. Avrei potuto intestare il contratto a me, a Ron o a Murdoch. Ma non volevo che alcuno patisse sgarbi o venisse scavalcato. E allora, guardandomi intorno, vidi il cartello della stazione ferroviaria Cannondale e … feci tutti i documenti a nome Cannondale”, disse tutto d’un fiato.
Atterraggio senza brividi. Joe trasmetteva sicurezza. E stesse scene della partenza. Ad attenderci c’era un’altra Volvo station wagon con le chiavi sopra l’aletta del parabrezza. Tutti in auto e appena usciti dalla recinzione in legno, il cancellone veniva chiuso e via! Verso la fabbrica.
Joe Montgomery era e sarà per sempre la Cannondale.
In quel momento erano già trascorsi più di trent’anni dal fatidico 1971 della fondazione della ditta. Come gli altri visionari della bici del futuro, Montgomery era uscito dal loft, che per tanti americani divenuti famosi nei settori che hanno preso spazi enormi dell’economia mondiale equivale alla cantina e al garage: Apple, Microsoft, Google, eccetera.
E da buon pescatore alla traina, sapeva attendere il momento buono dopo le parentesi cattive. E’ la stessa cifra di John e Dick Burke (Trek), dei funamboli che si buttavano giù dal Tamalpais fino a San Francisco con le bici in ferro dei panettieri per poi inventare le MTB (Tom Ritchey, Gary Fisher, Joe Breeze e Charlei Kelly), di Roman Arnold della Canyon e di quel Mike Sinyard che con la sua Specizlized continua ad andare sulle montagne russe dei budget e delle innovazioni. Molto più razionali si sono rivelati gli italiani Ernesto Colnago, Ugo De Rosa, Falieri Masi, Lino Gastaldello, Giovanni Pinarello, Cino Cinelli, Giuseppe Olmo…
La chiave di volta – sia nei trailer che nei telai delle moto – è stato l’alluminio di Boeing. E là, a Wilton, grazie anche alla pazienza di Beppo Hilfiger, scoprimmo i pro e i contro di quanto messo insieme da Mr. Cannondale: dalla moto finita malamente nel dimenticatoio, alle prime bici da corsa con il gioco di mezzo mutuato dalla mountain bike e dunque…troppo alto pesino per giganti alla Cipollini e per gigantissimi alla Shaquille O’Neal.
Eh sì… appoggiata ad una parete, dentro un cubo di plexiglas, un ingegnoso macchingenio sottoponeva a stress un telaio destinato al “centro” di colore che aveva fatto impazzire i tifosi della NBA (National Basketball Association) per 19 anni giocando per Orlando, Los Angeles, Miami, Boston, Phoenix e Cleveland, prima di inventarsi attore e rapper.
Shaq si è innamorato della bicicletta prima di James LeBron e forse ancor più di Mario Cipollini, che ha portato Cannondale a successi indelebili in tutta Europa sino al 2004, ma che poi con l’America è finita male. La carriera di Re Leone – che a cavallo tra il 2025 e il 2026 si è ritrovato a combattere con qualche guaio fisico di troppo e con i rewind familiari più negativi – si è chiusa di fatto con la Rock Racing a stelle e strisce del fumantino “stilista” Michael Ball della Rock & Repubblic supportato dalla stratega Andrea Bernholz. SuperMario aveva perso il prefisso di superlativo e finì per arrendersi all’età pensando alla “sua” vera America, che poi era quella di Joe Montgomery.