Il viaggio di Jovanotti con “Grillo” Bettini e “Benna” Bennati
sul Moloch caro a Brera, Raschi, Fossati e… Mario Schifano!
Di tanto in tanto, seduto in salata stampa al posto che meglio gli conveniva per la luce, la comodità ai vari servizi di supporto, la tranquillità necessaria alla concentrazione…; di tanto in tanto – di scriveva più su – Mario Fossati (1922-2013), narratore di Gazzetta, Giorno e Repubblica, parlava della scampata morte nella campagna di Russia e infarciva i suoi racconti dal vivo così come le sue cronache sportive di frasi “precotte”.
Quasi di soppiatto, estraeva da qualche tasca dei pantaloni o della giacca un libricino su cui nel tempo aveva appuntato parole che evocavano attimi fuggenti, imprese da rispolverare, nomi “storpiati” ad uso e consumo del lettore in un momento ben preciso del suo raccontare. Se Bruno Raschi era il “Divino” capace di vergare intere pagine di dattiloscritti senza la minima correzione e senza mai estrarre il foglio di carta dal rullo della macchina da scrivere, Mario Fossati raffigurava l’artigiano dell’immagine di quel preciso istante destinato a rivivere qualche tempo più in là.
Non abbiamo avuto la fortuna di vivere spesso accanto a Gianni Brera se non in una sua fugace apparizione ad un evento sportivo, ma abbiamo conosciuto bene e frequentato spesso quel Gianni Mura che si era autoproclamato erede di Brera promulgando, soprattutto su Repubblica, quel brerismo che avrebbe voluto incarnare anche nei panni di direttore di Gazzetta senza che alcun editore mai gli abbia offerto l’opportunità di vestire quei. Panni così spesso sognati e così sempre troppo larghi per un poeta di seconda fila.
Ora che il Tour de France 2025 è scivolato in archivio all’insegna di Tadej Pogacar – e chi altri? – quelle figure scorrono davanti agli occhi al pari di quella di Luigi Gianoli: sintesi di bravura spontanea, spigliata ed estrema.
Ma è Mario Fossati nel fermo-immagine il più interessante. Lui e il suo Fausto “Fostò” Coppi del libro stampato da ilSaggiatore che fa rivivere la Grande Boucle – il percorso del Tour come un Grande Ricciolo di capello – del 1952. Lì scava nella profondità delle gole che portano ai monti capaci di mettere ognuno al posto che gli compete perché la salita non consente bluff come la pianura, perché la montagna nel ciclismo è ben altra cosa di una collina alta più di 600 metri come la geografia insegna dalle elementari.
La Montagna comincia per “M” come Moloch, quale Divinità di una disciplina di vita cui inchinarsi. Ed era la Montagna ad esaltare Fossati al pari di Brera, Raschi e Gianoli come prosatore.
Insomma: mettete insieme Montagna, Ciclismo e Jovanotti; agitate bene il tutto e cercate un Fossati – supposto che ce ne sia ancora uno in circolazione – per servire al meglio le sensazioni che nella settimana del 26 luglio 2025 quel che era un rapper ha saputo offrire al mondo intero. La Montagna ha sempre garantito emozioni forti: nello sport come nella vita. Jovanotti miracolato dopo i mille guai fisici ha saputo andare oltre. Dapprima ha veleggiato on-the-road da Cortona al Friuli-Venezia Giulia in compagnia, tra gli altri, di Paolo Bettini e Daniele Bennati, trascinando in un’avventura di 770 chilometri pedalati due ex atleti di fama: “Grillo” olimpionico e mondiale, oltre che cacciatore di classiche poi autore di un addio repentino all’agonismo, e “Benna”, e cioè quel che è rimasto del velocita poi divenuto commissario tecnico di una Nazionale mai nata. E poi si è esibito sul palco in montagna nell’unico concerto del suo 2025.
Bettini non si è sbilanciato troppo sui Social circa la marcia di avvicinamento ai Laghi. “Benna” Bennati si è fatto intervistare da un giornale locale aretino definendo la scampagnata un po’ volgarmente come una vera “figata”. Boh…
Fatto è che in uno scampolo di video girato a Bagni di Romagna dove il Giro d’Italia è stato ospitato un tempo con particolare entusiasmo, si scorciano i due accoliti alle spalle di Jovanotti con espressioni facciali che oscillano dall’interessato al raggiante. Grillo meno di Benna, comunque.
L’idea di Jovanotti non è una novità assoluta ed è figlia dell’amore sincero che artisti di chiara fama nutrono per il ciclismo anche se la disciplina delle due ruote sta ora assumendo contorni vicini all’ultimo stadio di una esasperazione accettabile. Nicola di Bari circuì Vincenzo Torriani per “inventarsi” qualcosa a corollario di una Milano-Sanremo degli Anni Ottanta e/o nell’ambito del Canta-Giro. Ligabue si presentò all’arrivo della corsa rosa agli inizi del Duemila e nel 2003 battezzò il proprio tour nei teatri come Giro d’Italia. E quel violinista di prima fila di Riccardo Muti che si aggregava a Evelina Christillin e all’erede di Alberto Lavazza soprannominata scherzosamente “Caffettiera”?
Gli artisti di altri settori che abbiamo conosciuto e che sognavano intimità speciali delle loro esibizioni sono stati pittori e scultori del calibro di Aligi Sassu (sempre presente quando la Milano-Torino nasceva al Teatro Carcano grazie ai parenti della famiglia Giordano) e Mario Schifano, che pretendeva di dipingere l’ultimo chilometro di ogni Gran Premio della Montagna del Giro d’Italia verso la fine degli Anni Novanta.
Ma queste son storie da trattare in altri momenti: no? Non divaghiamo smisuratamente…
Jovanotti, si diceva.
Partenza da Cortona quel
“paese mio che stai sulla collina
disteso come un vecchio addormentato
la noia, l’abbandono, il niente
sono la tua malattia
paese mio ti lascio e vado via”
così tratteggiato dal mantovano d’adozione Franco Migliacci, da Jimmy Fontana, da Carlo Pes e da Italo Grego in “Che sarà” e interpretato al Festival di Sanremo dal non vedente Josè Feliciano che tanto gli ricordava il sui Lares in Porto Rico abbandonato per trasferirsi a New York.
Mèta: Laghi di Fusine per Jovanotti, i suoi accompagnatori, gli orchestrali e cinquemila pedalatori compratori di biglietti a 57€ l’uno andati esauriti su Ticketone in 34 minuti: incasso 285.00 € lordi più o meno. Ci saremmo andati volentieri anche noi – e per “noi” intendo il fedele Lagotto Hugo e il sottoscritto – anche soltanto per salutare Bettini e Bennati per la serie Visti e Ri-Visti , sfidando quella salitaccia e incuranti della minaccia della pioggia, se non ci fosse stato impedito di acquistare il ticket anche per il cane da tartufo ormai divenuto inseparabile.
E così ci dobbiamo fidare delle emozioni comunicate da terzi.
Sul Corriere di Arezzo, ad esempio, prima del concerto del 26 luglio, Francesca Muzzi ha scritto:
“Se fosse il titolo di una canzone di Jovanotti, sarebbe “Ragazzo Fortunato”, perché oltre ad avergli regalato un sogno, un giorno a Daniele Bennati, ex ciclista pro ed ex CT della Nazionale, gli regalarono anche una bici. E pedala pedala, insieme a Lorenzo Cherubini e ad una grandissima squadra di altri ciclisti, sono arrivati fino a Tarvisio. Stasera, Jovanotti salirà sul palco del No Borders Music Festival per il suo unico concerto dell’estate 2025. Il Jova Bike Party. “Sono state giornate uniche ed emozionanti. Bellissimo. Un’esperienza ricca di momenti belli e autentici”, racconta Daniele Bennati.
Su BikeItalia si legge il racconto condiviso al capolinea della Ciclovia:
“Guardando intorno questo popolo in bicicletta sento che c’è una affinità che trascende tutti e tutte, qualcosa che lega l’amore per la bici alla musica di Jova, un sentimento diffuso che non conosce la frustrazione per il cattivo tempo e non si lamenta. Un sentimento positivo, una predisposizione al buon umore che ogni ciclista conosce nel momento in cui pedala e che incontri quando ascolti le canzoni di Lorenzo.
“Non esiste buono o cattivo tempo, ma buona e cattiva attrezzatura”, è un altro di quei mantra che ti ripetono dopo anni di escursioni e pedalate. Intorno, un insieme di persone attrezzata come può e come sa. C’è chi ha delle invidiabili coperture in Gore-Tex e chi ha coperto le scarpe con buste di plastica, ognuno di noi ha il suo modo per affrontare il cattivo tempo, come le avversità che possono capitare durante la vita e il fiume di biciclette di tutti i tipi, dalla Graziella, alla bici ‘Eroica’, le bici elettriche, bici da corsa, gravel, normali bici da città; rimorchi e seggiolini”.
E Luca Dandoni su lastampa.it ha dato voce all’attore protagonista, Jovanotti appunto:
Il viaggio è fatto di ricordi e di racconti. «Guardate qui il Tevere com’è piccolo – dice sceso dalla bici, mostrando quello che è poco più di un torrente tra gli alberi –. Da bambino vivevo molto vicino al Tevere, a Roma il Tevere è grande, maestoso. Allora il mio babbo mi portò con sé da queste parti in un posto così, dove il Tevere è piccolissimo e mi disse: “Vedi: questo è il fiume che passa vicino a casa nostra, è grande, importante, ma quando nasce è piccolo così”. E nella vita mi è capitato di identificarmi, quando mi sono sentito come qualcosa che cresceva e accumulava detriti, e ho ripensato a questa lezione che mi diede il mio vecchio quando ero bambino dedicandomi una intera giornata».
Il viaggio è passato anche per Castrocaro, sede del mitico festival musicale. È nel Salone delle feste della cittadina che Lorenzo ha fatto le prime prove per il Palajova, ha ricominciato a impugnare seriamente e di nuovo un microfono. «Sto entrando in uno dei posti più belli della mia vita – racconta in un reel, svelando che sempre a Castrocaro ha portato avanti tutto il periodo di fisioterapia che gli ha permesso di tornare in forma – è il mio posto del cuore. “Castro Caro” lo chiamo io, dividendo la parola in due. Qui nel Salone ho preparato il Palajova con la band e sono sicuro, nemmeno gli Oasis che si sono appena riuniti, hanno mai avuto un posto così bello dove provare. Sono estasiato quando lo vedo». Talmente tanto che prima di entrarci l’artista si leva le scarpe e cammina a piedi nudi, come si fa quando si varca la soglia di un luogo sacro.
Ma forse la parte più emozionante sono le persone che incontra: quando si ferma e mentre pedala, che siano automobilisti, motociclisti, ciclisti. Lo avvicinano, lo salutano, lo incoraggiano, gli allungano il telefono per fargli salutare mamma.
E il dolore fisico? «Oggi mi fa ancora male – aveva scritto prima di partire – ho questo dolore fisso che ormai è talmente familiare che lo vivo come un compagno di viaggio, io gli sto addosso, mi alleno tutti i giorni, lui mi sfida, io non mollo. Insieme andremo lontano». Dopo il primo giorno di bicicletta e 2500 metri di dislivello, col fiatone e il sorriso dice: «Ho un po’ male. Ma pensavo peggio».
Grazie. Messi insieme i vari tasselli, si ricava l’impressione di un reel che pian piano diventa realmente l’incarnazione di un’idea divenuta realtà. Concedete per una volta il bisticcio di parole. Dentro i vari racconti ci sono storie vere che soltanto un estremista delle emozioni come Lorenzo Cherubini poteva rendere attuali e accessibili a tutti coloro che salendo, salendo, salendo, qualcosa di spirituale lo percepisci. Sempre. E con qualsiasi compagno. Ancor meglio se Lui è Jovanotti. Perché Lui, Jovanotti, continua ad essere convinto che le cose possano essere cambiate esattamente come disse nel suo primo album “…for President”.
Chissà quale sarà la prossima invenzione di Jova…