Antonioni e Monica Vitti, un viaggio nella Sardegna degli anni ‘60

Questa storia è ambientata alla fine degli anni ’60. Siamo nell’Italia del boom economico, della Milano da bere, nell’epoca d’oro di Cinecittà. Sono anche gli anni in cui l’arte e l’architettura sperimentano nuove forme, più armoniose e a misura d’uomo. Questa storia la possiamo far cominciare su una piccola auto a noleggio, una Fiat. All’interno dell’auto c’è una coppia di innamorati. Lui è Michelangelo Antonioni, lei si chiama Monica Vitti. Entrambi i personaggi di questa storia sono appena entrati nella storia del cinema grazie al film “Deserto Rosso”. Il luogo in cui si trovano è una tortuosa strada nel nord della Sardegna, sulla costa Paradiso, proprio davanti all’isola dell’Asinara.

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Antonioni sul set con Monica Vitti

Una relazione fuori dagli schemi

La relazione tra Antonioni e Monica Vitti era un gossip molto seguito all’epoca. Lui, un regista emergente in grado di raccontare senza veli la sua epoca. Lei, una delle più talentuose attrici italiane, dotata di una bellezza struggente e di una bravura assai rara nel caratterizzare i suoi personaggi. Tra i due si instaura un rapporto sentimentale non sempre facile e caratterizzato dal bisogno di entrambi di avere i propri spazi e la propria autonomia. Basti pensare che a Roma i due amanti vivevano in due appartamenti sovrapposti collegati da una botola e una scala a chiocciola, quasi dovessero nascondere la loro relazione.

A strana coppia, strana casa

Ma torniamo in Sardegna, nella costa Paradiso. L’utilitaria sfreccia tra i cespugli di macchia mediterranea che a sprazzi rivelano il blu del mare. Antonioni ha deciso di fare colpo su Monica Vitti facendo costruire proprio li una villa per passare l’estate. Ma non si tratta di una villa qualsiasi. Ha scelto il progetto di un architetto innovativo, per alcuni versi rivoluzionario: Dante Bini. L’architetto Bini è l’inventore del cosiddetto “binishell”.

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La “binishell” realizzata in Sardegna per Antonioni

Il “binishell”, un modo rivoluzionario di concepire l’architettura

In effetti le strutture realizzate da Bini ricordano molto un guscio (“shell” in inglese). Questa tecnica costruttiva si basa letteralmente sul gonfiare una struttura di cemento armato, creando così una cupola in breve tempo e con costi ridotti. In pratica si poggiano gli elementi metallici e il cemento su di una grande camera d’aria, una sorta di mega palloncino, dando così la forma semi-sferica alla struttura. Una volta indurito il cemento, la camera d’aria viene sgonfiata per essere poi riutilizzata.

Polvere alla polvere (di stelle)

Bini in realtà realizzò due cupole per Antonioni, una per il regista e una per Monica Vitti, un po’ più piccola e a breve distanza dalla principale. Anche questo fu dovuto all’esigenza dei due di avere degli spazi propri. Se si guarda oggi la Cupola Antonioni, com’è stata definita, appare in completo abbandono. Anche se viene studiata nelle Università di architettura in tutto il mondo, questa struttura sembra ormai il ricordo di un’epoca passata. L’intonaco che ricopriva la grande cupola cede al sale trasportato dal vento e cade a terra. Proprio come in quella storia d’amore finita, in quel luogo resta solo malinconia e polvere.

Andrea Castello

Autore: Andrea Castello

Nasce come restauratore di opere d’arte a Venezia, dove collabora anche con vari giornali locali e nazionali. Si sposta prima in Francia e poi a Malta dove lavora come istruttore di sub per alcuni anni. Le grandi passioni che guidano la sua vita sono la pittura, la buona cucina e naturalmente la scrittura.

Antonioni e Monica Vitti, una storia d’amore nel “binishell” ultima modifica: 2016-11-28T18:32:04+00:00 da Andrea Castello