“La vita è una e va vissuta, i sogni devono essere realizzati ed io vorrei vivere la mia vita realizzando il mio sogno”. In queste parole è racchiusa la filosofia di vita di un giovane campobassano, Benito Lombardi, che ha scelto di vivere in prima persona quella che a tutti gli effetti è una missione. Una missione che fa dell’altruismo, dell’amore verso il prossimo, della condivisione, i pilastri fondanti del proprio essere. Benito è un infermiere nel reparto d’urgenza Covid 19 dell’ospedale “Maggiore” di Bologna.
Infermiere, un sogno avuto sin da bambino
Una passione verso una professione, anzi una missione, che è nata e cresciuta sin dalla tenera età. Incuriosito ed affascinato da quelle persone che erano sempre pronte al fianco degli ammalati in ospedale. Quegli uomini e quelle donne che, insieme a medici e oss, erano il punto di riferimento di malati e parenti. Punti di riferimento ancor più importanti durante quei momenti delicati e particolari legati a una malattia che la vita pone nel destino di ognuno di noi. Un sogno abbandonato per qualche tempo, ma che è sempre rimasto nel suo cuore, nella sua mente. Un sogno, un desiderio, un’aspirazione umana e professionale che alla fine ha avuto la meglio sulla ragione e che ha portato Benito ad abbandonare la sua vita precedente da adulto per dedicarsi alla professione di infermiere.

Infermiere, il sogno si tramuta in realtà
“Mi sono laureato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Campobasso presso la Fondazione Giovanni Paolo II. Ho intrapreso il percorso di studi quando ero adulto. Da adolescente continuavo a pensare all’idea di diventare infermiere ma quando mi è stato offerto il primo lavoro, impiegato per 13 anni in un’azienda privata, ho abbandonato i miei sogni. Ogni tanto l’idea di diventare infermiere mi tornava alla mente. Ma poi pensavo che sarebbe stato ormai tardi visto che gli anni passano. Un giorno, però, iniziai a ragionarci seriamente e prima di lasciare il lavoro, un posto sicuro, passarono ben due anni. Mi sono fatto coraggio e dopo poco tempo ho iniziato a seguire i corsi all’università. Di mattina tirocinio presso le varie unità operative della Fondazione e dell’ospedale Cardarelli, di pomeriggio lezione. Durante il tirocinio ho capito di aver fatto la scelta giusta. Giorno dopo giorno davo una risposta alla curiosità del passato”.

Infermiere, l’approdo al “Maggiore” di Bologna
“Ho sempre pensato di voler lavorare a Bologna. L’Emilia Romagna in generale è rinomata per come si svolge la professione infermieristica. Inizialmente mi iscrissi al concorso per il Sant’Orsola, che ancora si deve svolgere, ma poi sono stato contattato da un’agenzia di Bologna che mi proponeva un impiego all’ospedale Maggiore. Così senza pensarci due volte ho accettato la proposta”. Bologna era nel suo destino. “Prima di venire a Bologna ho lavorato per sei mesi a Vasto, in provincia di Chieti, in una clinica di riabilitazione. Ma il mio obiettivo lavorativo era rivolto sempre fuori dai confini regionali e interregionali. Volevo fare esperienze e avere la possibilità di potermi confrontare con culture diverse, che in questa professione è molto importante anche se ciò che prevale, in ogni posto del mondo, è l’empatia e l’umiltà”.

Infermiere, empatia e umanità
“Non escludo di tornare a Campobasso. Vorrei portare l’esperienza acquisita al di fuori nella mia terra natia. Partecipando, seppur con un piccolo contributo, a migliorare quella che è la situazione attuale in ambito sanitario, che è in crisi ovunque. Essere infermiere non è affatto semplice se non si è predisposti. Innanzitutto bisogna essere paziente con i pazienti. Chiunque si trova in un letto di ospedale non ci sta volentieri così come la famiglia non accetta, spesso, di vedere il proprio caro in un letto di ospedale indipendentemente dall’età del malato. Bisogna avere molta empatia, solo così si entra in contatto con il paziente. Si diventa spesso la valvola di sfogo di pazienti e parenti attraverso la quale si raccontano anche i propri problemi, paure. Si crea una sorta di complicità, ed è lì che ti rendi conto che fai parte della terapia, diventando il principio attivo principale di qualsiasi farmaco”.

Un lavoro di squadra
“Poi ci sono le famiglie. Per loro è molto importante sapere che il loro caro stia a proprio agio anche in loro assenza, perché non sempre i familiari posso stare accanto al congiunto. Come in questo periodo che ahimè i pazienti sono costretti a stare lontani dalla famiglia. A volte con la tragica consapevolezza di non rivedersi. Questo genera una tristezza infinita che noi cerchiamo in qualche modo di arginare. Come? Attraverso il nostro calore umano verso persone che, a volte, si trovano nella fase finale della propria vita. Con i dottori si crea un rapporto di collaborazione. Una squadra fatta di medici, infermieri, oss. Con il fine ultimo di contribuire a migliorare la qualità di vita del paziente. Si lavora in armonia e spesso anche tra battute simpatiche, coinvolgendo anche i pazienti per smorzare le ansie e le paure da parte di tutti”.

In prima linea contro il Covid 19
“Sto vivendo questa emergenza in prima linea nel reparto di Medicina d’Urgenza Covid-19. Vivo questa esperienza con tranquillità, non escludendo la paura di poter essere bersaglio dal virus. La vivo da professionista chiamato a fare il proprio dovere e non da eroe come attualmente veniamo definiti. Spero che quando tutto sarà finito, continueranno a rispettarci come professionisti. La situazione al “Maggiore” è di emergenza come in altri ospedali d’Italia. L’emergenza viene gestita nel miglior modo possibile. Oggi rispetto ai giorni passati la mole di lavoro non è diminuita ma la qualità di vita dei pazienti, seppur positivi al virus, è migliorata. A tutti i ragazzi e ragazze che volessero intraprendere il mio stesso percorso professionale consiglierei di seguire i propri sogni e di non aspettare, perché nulla è impossibile a qualsiasi età. Si vive una volta sola e bisogna vivere realizzando i propri sogni”.
