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Un farmaco antivirale ad ampio spettro. Per il coronavirus ma anche per far fronte ad altri nuovi virus. “E’ necessario essere preparati a sempre nuove emergenze sanitarie, in particolare di natura virale, le più frequenti”. Così spiega Francesco Stellacci, professore ordinario prima al Mit di Boston, ora all’EPFL di Losanna.

antivirale ad ampio spettro - il professore Francesco Stellacci
Il professore Francesco Stellacci

Il professor Stellacci è impegnato ormai da una decina d’anni nella sperimentazione di un farmaco ad ampio spettro in grado di attaccare le parti conservate del virus (comuni a molte tipologie di virus) e di distruggerle. Farmaco che ovviamente non deve presentare tossicità per l’uomo. “Abbiamo testato una prima molecola sui topi per l’herpes e il raffreddore. In questi animali funziona. Potrebbe essere così anche per il coronavirus. Dobbiamo provare. Comunque siamo solo a questa prima fase”.

Francesco Stellacci non ama l’esposizione mediatica ma le sue ricerche fanno sperare. Comunque rappresentano una delle possibilità contro il COVID-19. All’inizio di questa emergenza si è tanto parlato di influenza. Si diceva che il coronavirus era solo un po’ più grave…

Come l’influenza il Coronavirus è un virus respiratorio, il problema è che è molto più infettivo dell’influenza. L’R0, il numero di infetti da un singolo malato, per questo virus è stimato intorno a 2,5 mentre per l’influenza è 1,4. Quindi l’influenza dopo 10 contagi ha 97 infetti. Se facciamo la stessa cosa col coronavirus (calcolando che in dieci giorni nessuno guarisce) gli infetti sono 23 mila. A questo livello di infettati il coronavirus è 234 volte più infettivo. E’ anche dieci volte più mortale. Una infezione di coronavirus è come avere 2.400 infezioni di influenza tutte insieme sul sistema sanitario. Quindi non è una influenza.

Possiamo paragonare il Covid-19 alle grandi pandemie del passato, per esempio la Spagnola dell’inizio del Novecento?

Le pandemie del passato non sono comparabili con quelle attuali, perché oggi abbiamo molti più mezzi per curare chi si infetta. All’epoca, tutti quelli che ora hanno bisogno di un respiratore sarebbero morti, anche i più giovani. Quindi non si può fare un confronto sulle epoche. Nonostante il grande numero di decessi, ora si stanno salvando tante persone. Purtroppo, una percentuale tra il 10 e il 20 per cento degli ammalati ha bisogno della terapia intensiva. Per qualche motivo, molto più in Italia che altrove. Non sappiamo ancora perché. E non sappiamo bene perché è peggio in Lombardia che nel resto d’Italia. Certamente lì ci sono stati all’inizio due focolai importanti, e vicini a un grande centro urbano.

Il suo gruppo si ricerca sta lavorando da tempo ad un antivirale ad ampio spettro. Perchè questa ricerca (avviata molto prima dell’attuale emergenza) e cosa l’ha motivata?

Noi da sempre lavoriamo ad antivirali a ampio spettro. Da dieci anni io dico che c’è questa necessità. Un antivirale ad ampio spettro è un sogno, perché non esiste un antivirale che funzioni su tanti virus. L’idea è di trovare un farmaco che agisca come gli antibiotici con i batteri, per esempio come la penicillina che è stato il primo. Perché esiste una minaccia reale che emergano sempre nuovi virus. Dobbiamo quindi cercare di essere preparati e di avere qualcosa che funzioni contro un virus che ancora non conosciamo. E oggi, purtroppo, il perché di questa urgenza non lo dobbiamo più spiegare come invece dovevamo fare all’inizio della nostra ricerca. Non possiamo continuare a essere così impreparati, dobbiamo avere delle armi. Una, può essere l’antivirale ad ampio spettro.

State quindi lavorando ad un farmaco. Come andrebbe ad agire?

La molecola del farmaco si attacca alle parti conservate dei virus, quelle che i virus hanno in comune. Una volta attaccata a queste parti, schiaccia il virus e lo fa scoppiare. Questo farmaco, ovviamente, dovrà distruggere il virus ma non dovrà essere tossico per l’uomo.

In che tempi pensate di arrivare a risultati concreti?

E’ una formula che non abbiamo ancora testato, siamo arrivati a sperimentarlo per herpes e raffreddore fino ai topi. Si fa un virus alla volta. La scienza ha i suoi tempi e in questo momento tutto è difficile, anche farsi spedire un composto chimico dall’Asia. Per arrivare alla sperimentazione umana ci vorranno 12, 15 mesi se tutto va bene. Tutto però, deve filare liscio. Potrebbe succedere che facendo il test su animali più grandi si manifesti una tossicità elevata che non potevamo prevedere. Potrebbe essere che abbiamo tutto pronto e che succede qualche imprevisto, non controllabile e prevedibile….

Nel frattempo? Si parla molto di vaccini. Si può sperare di avere tempi più rapidi?

Sui vaccini si sta lavorando molto, certamente più che sui farmaci. Il tasso di successo potrebbe essere alto, intorno all’80 per cento, ma non abbiamo ancora certezze. Conosco bene il collega che sta lavorando al vaccino trasmesso attraverso un cerotto, è un barese come me ed è molto bravo. Loro hanno finito la sperimentazione animale e stanno passando a quella sull’uomo. Direi che servirà un altro anno, senza intoppi. Speriamo anche prima. Comunque bisognerà trovare un modo, non solo in Italia ma nel mondo, per sopravvivere a questa situazione… Bisogna tenere ferme le persone ancora per un po’ di tempo.

Appunto, come ci dovremo comportare nel frattempo? Non si può pensare solo a stare a casa….

Bisognerà pensare ad una riorganizzazione del lavoro. Fare tanti tanti test, a tappeto, per non rimanere un altro anno e mezzo a casa. Capire chi è positivo, chi ha gli anticorpi. Questi ultimi soggetti, almeno per un po’, dovrebbero essere immuni. Il problema è capire per quanto tempo, potrebbero essere due mesi o anche tutta la vita. La speranza è che il Covid-19 si comporti come tutti gli altri virus, ma non abbiamo certezze perché è un virus che cambia tanto. Per i virus respiratori questo è abbastanza normale.

Nell’ambito dei meccanismi di regolazione della società, quanto si modificheranno i modelli comportamentali, in particolare quelli degli italiani?

Da anni prevedo l’arrivo di infezioni virali, la mia analisi non è cambiata. I virus mutano e se ne creano in continuazione di nuovi. Su questo non ho molti dubbi. Per tale motivo chi era stato fortemente colpito dalla Sars era più pronto. Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Singapore… In Asia, se un bambino è raffreddato è normale che porti la mascherina per andare a scuola, per non infettare gli altri. Da noi la mascherina sembra ancora la maschera di Batman, non la vorrebbe mettere nessuno. Credo che questo cambierà, e sarà uno dei cambiamenti più evidenti. Certo, pensando all’Italia, al turismo, a città come Venezia… sarà difficile, è duro da dire. Ma bisognerà pensare che ci sarà meno accettazione, in particolare nella stagione invernale, dei posti affollati. Spero che inizieremo anche ad avere un sistema sanitario più pronto alle emergenze eventuali. Che si inizi a comprendere che certe minacce sono sempre più tangibili. Questa è una prova che ci preparerà ad altre prove.

Professore, ci racconti come è iniziata questa sua ricerca, cosa l’ha portata ad occuparsi di antivirali ad ampio spettro.

Fino ad una decina di anni fa insegnavo al Mit di Boston. Avevo quasi quarant’anni, una cattedra, una fama internazionale. Mi sono chiesto allora cosa volevo fare della mia carriera e mi sono detto, vediamo di fare qualcosa di utile per l’umanità. Mi sono accorto che le infezioni virali erano (forse da domani non più) infezioni molto trascurate. In particolare sul fronte dei virus emergenti. Era trascurato il fatto che queste infezioni (per esempio l’RSV, il Virus Respiratorio Sinciziale) uccidono mezzo milione di persone all’anno in Africa. Senza che il mondo occidentale se ne preoccupi particolarmente. Mi sono detto, se creo un antivirale ad ampio spettro posso aiutare anche queste popolazioni poverissime. Perché un farmaco di questo tipo può essere declinato su più virus, questo è il suo vantaggio principale. Personalmente, da scienziato dei materiali, l’unica cosa che potevo fare di fronte ad un virus era romperlo. Mi sono quindi inventato un metodo per crearne la rottura. Funzionerà questa mia strategia? Ancora non lo so con certezza.

In questi giorni si sentono parlare scienziati italiani da ogni parte del mondo. Tutti bravissimi, tutti impegnatissimi nelle loro ricerche per sconfiggere il coronavirus, tutti molto stimati nelle università dove fanno ricerca all’estero, come lei….

Le posso assicurare che non sono solo le ricerche sul coronavirus che parlano italiano. Per esempio, se domani iniziassero a cadere tutti i ponti del mondo, lei vedrebbe un sacco di italiani nel mondo che si occupano di ponti. C’è stata nella nostra generazione, e purtroppo non si ferma, una diaspora di italiani altamente qualificati di dimensioni storiche. Solo tra un secolo si capirà veramente la portata reale di questo fenomeno.

#l’Italianelcuore

Coronavirus: un italiano studia antivirale ad ampio spettro ultima modifica: 2020-04-18T13:13:00+02:00 da Cristina Campolonghi

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