Spesso ciò che desideriamo contrasta con la nostra comfort zone. Quest’ultima è un mondo sicuro che ci siamo costruiti. Ma molto spesso attanaglia la nostra linfa vitale. Difatti non ci consente di evolvere come persone e di realizzare i sogni. È ciò che accade a Claudia, la protagonista di “Dar Fuoco all’acqua” il romanzo d’esordio della pugliese Marida Piepoli edito da Les Flaneurs. Questa lettura risulta emozionante e ispiratoria. Il lettore si ritroverà a seguire le vicissitudini e riflessioni di Claudia, una professoressa che per un errore burocratico si ritrova a trasferirsi da Bari a Papasidero in Calabria. Questo trasferimento arriva in un periodo cruciale della vita di Claudia. Pertanto l’aiuterà a fare chiarezza sul suo passato doloroso e sui desideri reali.
La lotta tra comfort zone e i desideri
Questo romanzo è un vero e proprio invito a vivere la vita nella “dimensione del qui e ora”. Esorta il lettore a mettere a tacere quella parte autosabotatrice che non ci consente di evolvere. Pertanto ci impedisce di diventare ciò che siamo. In questo percorso di crescita e maturità, Claudia si farà ispirare da incontri che la guideranno e l’aiuteranno a far emergere la sua parte più autentica. Quest’ultima sarà finalmente lontana da pregiudizi, condizionamenti sociali e culturali.
Il cuore del libro
Di comfort zone e della continua lotta che è dentro di noi tra desiderio e vita reale conversiamo piacevolmente in questa intervista con la scrittrice pugliese Marida Piepoli.
Com’è nata l’ispirazione per creare il personaggio di Claudia in lotta con il giudizio di sé stessa e i suoi reali desideri?
L’ispirazione nasce dalla mia esperienza di donna, lettrice e insegnante. Importante è stata la riflessione sulla ricerca della libertà di scelta e autodeterminazione. Quest’ultima, anche sentimentale, nonostante le aspettative e i condizionamenti sociali e culturali di cui siamo imbevuti sin dalla nascita. Quest’ultimi spesso cozzano con i nostri reali desideri e bisogni spesso non legittimati e riconosciuti da famiglia e società. Ciò ci fa sentire sbagliati proprio come succede a Claudia.
Claudia si allontana dalla sua amata Puglia e solo dopo aver messo distanze dalla sua “comfort zone” riesce a fare chiarezza sui suoi desideri. Come definirebbe la comfort zone che spesso non consente alla propria linfa vitale di fluire?
La “comfort zone” rappresenta tutto ciò che ci è così tanto noto ed esperìto da sembrare rassicurante. Difatti è una sorta di ambiente protetto. Spesso però questo ci impedisce di osare anche ciò che magari desideriamo ardentemente. Accade ciò per paura di sbagliare, di fallire, di cambiare. Ci facciamo andar bene anche ciò che ci rattrista l’esistenza perché più sicuro, spegnendoci poco a poco. Ci sono varie parti del libro in cui spesso il concetto vien fuori.
Il potere di certi incontri al di là della comfort zone
Esistono davvero quegli incontri che contribuiscono a cambiarci l’esistenza come accade a Claudia?
Ne sono fermamente convinta. Accade di incrociare persone e non parlo solo degli amori, che nonostante siano molto diverse da noi e dal nostro vissuto, sono capaci di leggerci dentro, facendoci sentire riconosciuti, accolti, accettati. Queste persone ci arricchiscono e completano entrandoci sottopelle. Poi sta a noi aprire le porte o meno al cambiamento. Nel romanzo questo potere lo avrà la stravagante Esther, “mezzo magico” della storia, che leggerà Claudia come un libro aperto e ne interpreterà pensieri e desideri reconditi. Pertanto le sue parole suoneranno un po’ come profezia. Quest’ultima sarà il filo conduttore della vicenda di lì in poi. E, naturalmente, c’è Libero, bellezza collaterale di quella fuga disperata, regalo inatteso, apparentemente inadatto e scomodo. Eppure risulta fondamentale al mutamento emotivo ed esistenziale di Claudia. Anche i luoghi hanno questa funzione, a volte. La microscopica Papasidero, ne è un esempio. Sono capitata lì per caso. All’inizio non volevo neppure andarci e poi ci ho scritto sopra il romanzo. Difatti sono stata presa da una strana fascinazione. È come se quei luoghi mi chiamassero a riflessioni profonde. Anche io dopo aver scritto Dar fuoco all’acqua sono un po’ cambiata.

Quanto conta osare
Lei scrive: “Tutto può succedere se ci mettiamo in testa che accada”. Lei cosa ne pensa al riguardo?
Io sono un’inguaribile possibilista testarda. D’altronde il titolo nasce da un apprezzamento di mio figlio sul mio carattere. Bisogna però distinguere i castelli in aria dai progetti che scaturiscono da bisogni autentici e consapevoli. Quest’ultimi se nutriti con passione, impegno e perseveranza secondo me hanno ottime probabilità di riuscita. Bisognerebbe ascoltare il daimon tanto caro a James Hillman.
Quanto di Marida Piepoli possiamo rintracciare in questo romanzo?
Io a Papasidero ci sono stata davvero. Pertanto le sensazioni descritte in certi scenari sono mie. Mia è la visione di Claudia riguardo la libertà e la paura dei gabbiani. Inoltre mio è il pensiero di Renè sull’amore e sul possesso. Quella sono io. Per il resto ho lasciato liberi i personaggi di vivere una vita indipendente, lavorando di fantasia. La vicenda non è autobiografica. Ah sì, una cosa è successa davvero. La serenata. Quella il giovane con gli occhi neri l’ha fatta a me. Ero con mio marito. Abbiamo riso e poi cominciato a disquisire sulle differenze d’età. Il romanzo è nato quella sera.
Il forte legame con la Puglia
La Puglia è la patria di molti artisti e scrittori. Che tipo di legame ha con questa regione tanto amata?
La Puglia mi incanta. Difatti mi lega ai ricordi d’infanzia, alle tradizioni, ai riti dei nonni, ai sapori e alle sensazioni. Tutto questo si radica nel cuore e ti rende da grande ciò che sei. Tutto quell’azzurro me lo sono trattenuto come dote per gli anni della maturità. Il sole e il maestrale baresi me li porto sempre dentro. Sono un antidoto alle ombre lunghe che la vita mi ha regalato mio malgrado. Ci sono città che ho amato particolarmente. Ho anche desiderato trasferirmi per un certo periodo, ma poi sono tornata. Non vorrei vivere in nessun altro posto.

Quanto è fonte di ispirazione per un artista secondo Lei?
Il tipo di luce, i colori, i contrasti, gli odori che ci sono qui non li ho mai ritrovati da nessuna parte tutti insieme. Il clima dolce sino a gennaio, il concetto di tempo lento, la controra. La Puglia sa essere piena di luce e allegria, ma anche desertica e brulla, verde di ulivi, ma anche oscura di grotte. Glamour e modaiola, ma anche silenziosa e segreta, fatta di riti e misteri. È una terra sensuale e suggestiva. Non a caso il National Geographic continua a riconfermarla regione più bella del mondo. Forse è questo che ispira tanti artisti e scrittori.
Se dovesse trascorrere un periodo fuori dalla Puglia, come succede alla protagonista del suo romanzo, cosa le mancherebbe di questa regione?
Mi è successo, come già detto. Due cose per me essenziali, il cibo e l’aria, un po’ umida, leggera, frizzante. E inoltre d’estate il frinire delle cicale che si fonde con il garrito dei gabbiani. È il mio personale canto delle sirene.
Progetti futuri e consigli
Questo è il Suo romanzo d’esordio, ha già in mente di scriverne un altro?
Sto scrivendo il secondo romanzo. E un terzo è in fase di progettazione.
Un consiglio che darebbe a uno scrittore emergente in cerca di un editore serio…
In primis leggere, tanto. Solo così un particolare stile, un linguaggio narrativo, le immagini usate dagli scrittori iniziano a essere assimilate. Poi ritengo che prima di arrivare all’editore serio sia utilissimo frequentare corsi seri di scrittura e narrazione, o percorsi di writing coach con docenti che indirizzino a letture idonee. In essi è possibile incontrare chi ha già pubblicato e cominciare a orientarsi nel vasto panorama editoriale. Editori seri si aspettano storie ben progettate. Anche da un esordiente. Per me è stato così.