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Leonardo Saraceni, 58 anni, è nato a Castrovillari (Cosenza). Pianista e compositore di fama internazionale, ha fondato e dirige, dal 1989, la Scuola di Musica “F. Cilea”, tra le più antiche e rinomate, dove molti giovani del suo paese natale e dei paesi limitrofi frequentano i corsi di strumento e di canto. Sposato con Rosalba Magnoli, presidente dell’Accademia delle Arti, fondatrice delle edizioni Magnoli Arte e coordinatrice del premio Internazionale “Città di Castrovillari”, ha una figlia, Iole, laureata in Canto Lirico e prossima alla laurea in Lettere Moderne.

Leonardo Saraceni al pianoforte

Il legame con la famiglia

Il suo legame con la Calabria è saldo, come lo è quello con la sua famiglia d’origine: suo padre, Francesco, 91 anni, avvocato in pensione; sua madre, Iole, 86enne, ha svolto l’attività di erborista. Secondo di tre figli, sua sorella Carla, più grande di lui di cinque anni, è laureata in filosofia; suo fratello Alessandro, il più giovane, è organista e insegna nelle scuole. 

Leonardo Saraceni: una brillante carriera

L’amore per la musica, iniziato in tenera età, lo vede, ancora oggi, acclamato interprete in molte città d’Europa e d’oltreoceano. Ad agosto 2010, diretto dal Maestro Jose Maria Melgar, esegue in prima mondiale la sua ultima opera, il Piano Concerto n.1 op.15, nel Teatro Nazionale Juarez, a Guanajuato (Messico). Nel 2013, in Romania esegue, in prima europea, il Piano Concerto n.1 op.15, con la Filarmonica Banatul. È professore per le master annuali al Conservatorio di Celaya e di Guanajuato e presidente del “Music in the World International Prize”, che si svolge a Roma dal 2016. In questa intervista si racconta ripercorrendo, per noi, le fasi salienti della sua straordinaria carriera artistica e ci parla delle difficoltà che incontrano oggi i giovani per affermarsi in questo mondo.

Leonardo Saraceni in concerto
Maestro Saraceni, com’è nata la sua passione per la musica?

«Avevo 5 anni e, a dire il vero, non so se fosse già passione, ma so di certo che da allora non è passato un solo giorno che non pensassi al mio pianoforte. Anche quando non potevo esercitarmi, il pensiero era lì, seppure lieve ma c’era, come c’era per il pallone, la bicicletta, gli amici con cui giocavo “’nde vanedde” (nei vicoli ndr). La musica è sempre stata essenziale per me, come respirare e camminare. Siccome ero piccolo anche fisicamente, tanto che seduto allo sgabello del pianoforte le gambe mi penzolavano nel vuoto, il maestro mi costruì uno scranno su cui poggiare i piedi».

Com’è maturata?

«Crescendo, frequentai il liceo classico, poi mi trasferii a Bologna per studiare al Dams e successivamente a Roma, dove studiai da privatista il pianoforte, conseguendo il diploma in soli quattro anni al conservatorio di Pescara. Contemporaneamente fui ammesso al corso di composizione presso il conservatorio di Santa Cecilia, che continuai all’Aquila con il Maestro Paolo Arcà, all’epoca direttore al Teatro “La Scala” di Milano. Quindi, dopo non so quante decine di concerti fatti ovunque per miriadi di associazioni, nel ’92 iniziai la mia vera e meritata carriera concertistica, che continua con successo ancora oggi».

È stato definito “il Mozart calabrese”. Cosa ricorda del suo primo concerto da solista, avvenuto quando aveva appena 11 anni?

«Ricordo che mia madre mi aveva fatto indossare il vestito buono della comunione insieme a una cravatta che mi conferiva un tono da vero ometto. La sala enorme, stracolma di persone, era la palestra della scuola. A un certo punto, mentre suonavo scattò il contatore della corrente lasciando tutti al buio, compreso me e il pianoforte, ma continuai come se niente fosse accaduto. Da un primo sussulto delle voci incredule dei presenti, tutto cadde nel silenzio più profondo. Veleggiava nell’aria solo la musica. A pensarci ora è veramente fantastico, stavo eseguendo il Preludio op.28 n.15 di Chopin. Quando tornò la corrente e si riaccesero le luci, alcuni erano in piedi sulle sedie per applaudire. Questo episodio rimane un incredibile e bellissimo ricordo. Allora, invece, fu un evento di normale amministrazione, così come lo è per tutti i bambini che affrontano le prove più ardue e di coraggio armati solo di ingenuità e di gioia».

Leonardo Saraceni suona il piano
La sua collaborazione con Casa Ricordi, attraverso il circuito nazionale Ricordi-Scuola, ha contribuito alla formazione artistica di giovani aspiranti musicisti. Ce ne parla?

«La collaborazione con Casa Ricordi ha contribuito in parte anche alla mia crescita professionale e didattica, fornendomi una serie di strumenti pedagogici con cui ho potuto trasferire ai miei allievi le competenze necessarie alla loro crescita artistica. Specie a quelli di talento che oggi sono in carriera proprio grazie a quegli insegnamenti, e per me questo è motivo di grande orgoglio. A tal proposito, mi piace ricordare che sono stato l’unico docente italiano, e forse lo sono ancora oggi, a far diplomare in pianoforte un allievo a soli sedici anni, con voto di 10/10, vecchio ordinamento, al conservatorio di Pescara. Tornando invece a Casa Ricordi, è stata una esperienza formativa anche sotto l’aspetto umano. Scuole e maestri, provenienti da tutta Italia, ci riunivamo a Roma al secondo piano del palazzo che ospitava la Banca d’Italia, ubicato in Piazza Venezia, dove tra l’altro era esposta la coppa dei campionati del mondo di Italia ’90, e si discuteva delle pubblicazioni didattiche da adottare, dei nuovi testi da pubblicare, delle metodologie innovative. Tutto è durato fino a quando Ricordi fu acquistata e smembrata da altri colossi della musica, erano i primi anni ’90».

Quanto è difficile oggi affermarsi in questo campo?

«La questione è piuttosto complessa perché sono cambiate le condizioni didattiche della formazione di base, che è quella fase importante e fondamentale dove si formano i talenti che, con la nuova riforma, ha subito molti cambiamenti, purtroppo non tutti positivi. Oggi, un neo laureato in Musica non ha le competenze per affrontare una carriera concertistica, anche se ne avesse le capacità. Né può fare l’insegnante, sia per la totale mancanza di esperienza, sia perché lo Stato non “abilita” a farlo, se non dopo un iter piuttosto complesso e, per certi versi, discutibile. Di conseguenza ci sono in giro molti “lezionifici” che non danno alcuna garanzia sulla preparazione, se non l’autocelebrazione, e non sono regolamentati da niente».

È tutto così complicato?

«Ovviamente non è tutto così, ci mancherebbe, ma in queste condizioni, affermarsi in questo mondo è solo un sogno impossibile da realizzare. A riprova di ciò, a esempio, è palese a tutti che nei concorsi internazionali di musica ci sono pochissimi concorrenti italiani. È altrettanto palese che questi pochi concorrenti siano bravissimi, naturalmente guidati da maestri di fama e di esperienza, ma restano comunque pochi. Mi riferisco ovviamente ai concorsi che hanno in commissione musicisti di chiara fama internazionale e quelli prestigiosi che servono anche come “ago della bilancia”, per misurare la reale situazione didattica italiana».

Cosa si dovrebbe fare per cambiare le cose?

«Se l’Italia non farà una riforma seria della didattica musicale, come già avviene all’estero, la vedo dura per i nostri studenti. Con molta probabilità, molti talenti nascosti non saranno scoperti e mai avranno un’occasione, a meno che non si abbia la fortuna di incontrare un vero Maestro. Qualcuno che li segua in un percorso serio, che gli faccia fare esperienze, al momento giusto, fuori dai confini, perché possano confrontarsi e misurare le loro capacità con chi ne sa di più, e altresì, gli fornisca i mezzi per entrare a pieno titolo nella sana e onesta “competizione professionale” che sicuramente, alla fine, gli permetterà di affermarsi in questo mondo. Non è un mondo difficile, ma direi “selettivo”, in senso buono, dove l’indole artistica che si è capaci di esprimere dovrà essere in grado di reggere la concorrenza a livello internazionale, perché oggi è di questo che si parla». 

Leonardo Saraceni dirige l'orchestra
Lei è spesso in giro per il mondo. Dove ha vissuto l’esperienza più bella?

«Ogni concerto è una esperienza bellissima, affascinante e per certi versi anche pazzesca. Si “bruciano” emozioni senza sosta, dall’inizio alla fine della performance. Nei miei concerti suono a memoria e senza intervalli, proprio per non interrompere quella “magia” che si crea e che abbraccia con calore emotivo gli uditori. Lo faccio per almeno un’ora e mezza, a volte anche due ore. Uno dei ricordi più vivi che ho nella mente è di quando, nel 2010, in Messico, ho suonato in prima mondiale il mio Piano Concerto op.10 al Teatro Juarez di Guanajuato. C’erano più di 1200 persone in piedi ad applaudire. È stato impressionante. Se non lo vivi non lo puoi capire. Tra l’altro, è un teatro splendido, un’opera d’arte, patrimonio dell’umanità, dove si sono esibiti i grandi della musica, come Lorin Varencove Maazel e Claudio Arrau. Ho suonato lo stesso suo pianoforte, diretto dal Maestro Jose Maria Melgar.

Collage di fotografie

Da allora la mia notorietà ha cominciato a crescere, e oggi sono arrivato ad avere più di 1 milione e 700mila presenze su Google. Sono anche uno dei pochi compositori al mondo che ha scritto un concerto per pianoforte e orchestra secondo i canoni della musica colta. La critica dell’epoca scrisse che non si ascoltava una musica così originale e intensa dai concerti per piano e orchestra di Sergei Rachmaninoff. Per questo motivo fui invitato nel 2013 in Romania da una delle maggiori orchestre europee, la Filarmonica Banatul, a replicare l’esecuzione in prima europea. Un’altra bella emozione l’ho provata quando ho visto le mie pubblicazioni in vendita sugli store della Mondadori, La Feltrinelli, Libreria Universitaria».

Ha scritto: “Ogni volta che compongo mi rivolgo alle emozioni celate in fondo alla nostra anima. Per lei c’è ancora tantissimo da scrivere, da scoprire e da raccontare”. Quanta poesia c’è nella musica?

«Sono convinto, per esperienza e per quello che è il mio sapere, che la musica sia stata già scritta tutta, dalla più antica alla più moderna, dalla più colta alla più popolare. C’è invece ancora tanto da scrivere sulle nostre emozioni, perché ogni persona ha dentro di sé il “fanciullino” che si rivela solo in quelle sensazioni più intime, amorevoli, quelle che ti riempiono di gioia quando assapori la felicità per qualcosa che ti ha gratificato. Tutto ciò è musica. La poesia è quando racconti te stesso parlando degli altri e se sei in grado di farlo in musica, allora la poesia e la musica sono un tutt’uno, il suono di un battito in un cuore pulsante. Se li separi perdono ogni vita, come le onde del mare che si infrangono sulla battigia. Una volta ho scritto da qualche parte che: “È vero che la musica accompagna le parole, ma quando le parole le hai lette, ascoltate e comprese, ben presto anche loro diventano musica. È per questo che laddove le parole finiscono la musica inizia”. Non è un caso che abbia intitolato il mio cd “Le emozioni che restano”, che comprende mie composizioni originali per pianoforte».

Le emozioni che restano
Ci parla del Progetto haiku?

«Gli haiku sono le poesie giapponesi composte di soli tre versi, immagini poetiche ed essenziali. Molto intense. L’origine e il significato di questo genere letterario nacque in Giappone nel XVII secolo. L’idea di creare delle composizioni originali su questa forma poetica mi è stata gentilmente richiesta dalla bravissima collega e pianista Giusy Caruso, una delle più note interpreti italiane di musica contemporanea. Ho lavorato a questo progetto durante l’estate del 2019, e l’ho realizzato a dicembre al “MaMu” di Milano in collaborazione con la prestigiosa e storica Società Italiana di Musica Contemporanea. Mi è stato detto che presto sarà prodotto un cd con queste mie musiche originali insieme a quelle degli altri compositori che vi hanno partecipato. I versi a cui ci siamo ispirati sono quelli di Matsuo Bashō, Kawataba Bōsha, Kobayashi Issa, Katō Shuson, Katō Shuson, Takarai Kikaku».

A cosa pensa Leonardo Saraceni quando suona?

«Penso a quello che “dico” attraverso la mia interpretazione e a come lo devo dire per farmi capire da chi ascolta. Il concerto per me è, in fondo, la parte finale e più facile di una preparazione certosina e molto faticosa fatta in precedenza durante lo studio. Tutto ciò che suono è stato già ben programmato e delineato in mente secondo degli schemi miei personali. Ogni passaggio e ogni fraseggio deve “uscire” così come l’ho pensato, preparato e metabolizzato. Per questo, quando suono la mia attenzione e la mia concentrazione sono  altissime. Per alcuni passaggi, a volte, memorizzo anche il “gesto”. Tutto deve scorrere con naturalezza e precisione, il fine è rendere al pubblico ciò che di bello quella musica esprime. E mentre interpreto sono sì felice, ma non mi distraggo. Inoltre, riesco anche a percepire che il pubblico “gode” della musica che gli arriva, perché riesco a farmi capire. Io che devo riprodurre il pensiero musicale così come l’ho programmato in fase di studio, invece, soffro. Ma fa parte del “mestiere”».

Primo piano
Che legame ha con la sua terra d’origine?

«In Calabria ci sono nato e credo di conoscerla bene, in ogni suo aspetto positivo e negativo, sia geografico che umano. Ci sono i miei affetti, i ricordi più belli e il mio trascorso. Ci ho passato la mia infanzia. Nel 1989, vi ho fondato la Scuola di Musica “F. Cilea”, intitolata al grande musicista calabrese di Palmi, che è da sempre fucina di giovani talenti, che attraverso gli eventi musicali esportano ovunque l’immagine della Calabria sana e onesta. È in questa terra che, insieme ai miei fratelli, mi prendo cura dei miei genitori anziani ed è qui che, venticinque anni fa, mi sono sposato con Rosalba ed è nata nostra figlia Iole.

Spartito musicale

In Calabria ho avuto la fortuna di formarmi accanto a un maestro fantastico che, se oggi fosse ancora in vita, sarebbe da annoverare tra i grandi compositori e interpreti del mondo: Luigi Roig, sudamericano. Da lui ho appreso quel senso di disciplina che mi ha aiutato a superare molti ostacoli che la tecnica pianistica spesso ti presenta davanti. La Calabria è una terra “singolare”, di una bellezza unica al mondo, che ammalia e attira. Una terra che vanta importanti personalità in tutti i campi del sapere umano, in tutto il mondo, da sempre. Una terra che ti prende e ti accoglie come una mamma, ma che poi ti manda via perché non ha i mezzi, o la volontà, per sostenerti».

(Foto Leonardo Saraceni sito web e Pagina Facebook)

Intervista a Leonardo Saraceni, il pianista delle “emozioni che restano” ultima modifica: 2020-10-29T18:00:20+01:00 da Antonietta Malito

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