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Diventare mamma è una delle esperienze più straordinarie che una donna possa vivere. In grado di riscrivere il mondo che la circonda: quando si ha un figlio, insieme a maturità e responsabilità, ci pervade un senso di pienezza, di integrità.

Il più delle volte però il percorso è accidentato. Per molte ‘diventare mamma’ è una prova di coraggio, a maggior ragione in tempi e luoghi che non sanno scollarsi da una visione patriarcale, tanto della famiglia che del tessuto sociale.

mamme - una mamma che tiene in braccio un neonato
Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash

A paragone dei Paesi nordici, l’Italia è Paese mammone. E non in senso buono. Lo è nel senso che la mamma è figura di garanzia, un porto franco tra le cui braccia una moltitudine di figli (anche troppo cresciuti) è certa di trovare sempre amore e consolazione. Il punto fermo della famiglia. Troppo fermo, delle volte. E non è comodo per donne messe spesso in condizione di dire no alle proprie aspirazioni per dar ragione alla tradizione. Alle italiane si chiede di arrangiare la giornata, dividersi tra lavoro di mamma e lavoro di donna. In molte per paura di perdere un posto sudato rinviano la scelta, tante finiscono per non farla più. C’è carenza di veri servizi a sostegno del mondo femminile. E a Sud la situazione si aggrava.

Se vogliamo più italiani, se vogliamo più bambini, il nostro oggi è un sistema da ripensare. Un pensiero condiviso della giornalista e scrittrice Paola Setti, autrice di Non è un paese per mamme – Appunti per una rivoluzione possibile (Edizioni All Around), viaggio-inchiesta nel mondo delle mamme italiane.

Paola Setti punta una luce schietta su quel che significa essere donne in Italia. Un libro ricco di testimonianze. Di mamme e lavoratrici che faticano per tenersi a galla. Ma sono pagine indirizzate anche agli uomini, inviatati – spronati – a essere più presenti, come papà e come mariti.

Non è un paese per mamme invita a pensare, a prendere atto che il torpore socioculturale va superato se nel futuro ci teniamo a preservare benessere e serenità. Nel giorno della Festa della Mamma, Paola Setti ci rilascia questa intervista esclusiva per parlarci di com’è nato il progetto e per dire – garantire – alle mamme italiane che una rivoluzione è possibile.

mamme - copertina libro di Paola Setti

Da dove e come nasce l’idea di scrivere questo libro?

Quando sono diventata mamma lavoravo a Milano ma avevo tutta la famiglia, compreso il mio compagno, a Genova. L’azienda per cui avevo lavorato con passione e impegno per oltre dieci anni non mi è venuta incontro in alcun modo rispetto a questa difficoltà. Così mi sono licenziata, buttando al vento anni di studio e fatiche, e un mestiere in cui ero molto brava. Poi mi sono guardata intorno e mi sono resa conto che non ero sola: 30mila donne l’anno lasciano il lavoro perché non sono messe in condizione di conciliare lavoro e famiglia. Ho scritto questo libro per dare voce a queste donne: quelle che lasciano il lavoro perché hanno la “colpa” di aver fatto figli, quelle che gestiscono lavoro e figli al prezzo di uno sforzo immenso, quelle che figli non ne fanno perché non hanno nonni da schiavizzare né soldi da dare alle tate, quelle che lavorano a ritmi tali che i figli non li vedono crescere. Questo libro parte da me ma è un viaggio-inchiesta in Italia, per raccontare la anomala normalità delle donne italiane, dalla maternità alla parità di genere, e raccogliere spunti per cambiare tutto.

Fare un figlio è un lusso o un atto di coraggio al giorno d’oggi?

Purtroppo entrambe le cose. Fare un figlio costa. Se non hai nonni che possano aiutarti a tempo pieno, ti trovi a dover pagare rette altissime al nido ma anche una tata. Ci sono donne che lasciano il lavoro perché non trovano conveniente, sul piano economico, lavorare e passare lo stipendio a strutture e baby sitter: 30 su 100 lasciano il lavoro per motivi familiari e solo 4 su10 riprendono l’attività. Poi ci sono donne che il lavoro non possono lasciarlo. E allora o fanno i figli al prezzo di fatiche altissime, con buona pace della Costituzione che all’articolo 37 detta la necessità di sostenere le madri lavoratrici nella conciliazione. Oppure rinunciano a fare i figli. In tutti i casi si tratta della lesione grave di un diritto. E il risultato è una denatalità preoccupante: le donne fanno 1,3 figli a testa, pur desiderandone 2.

Vita di mamma e vita di donna in carriera sono conciliabili?

In Italia pochissimo. Se sfondi il famoso tetto di cristallo lo fai al prezzo di veder crescere i tuoi figli di sfuggita. Ho intervistato manager che mi hanno raccontato di come siano stati i mariti a crescere i loro bambini, altre che a un certo punto della carriera si sono licenziate perché si stavano trasformando, come una di loro le ha definite, in “mamme bancomat”, che ai figli che magari le vanno a trovare in ufficio dicono “Scusa ma ora non ho tempo, ecco tieni la carta di credito”. Un’ingiustizia, perché ogni persona dovrebbe avere il diritto a fare carriera e a stare nel contempo coi i propri figli.

mamme - Paola Setti in posa durante la presentazione del suo libro

Secondo una ricerca condotta da Valore D allo scopo di analizzare il mondo del lavoro in Italia a fronte dell’emergenza Coronavirus, lo smart working parrebbe non risultare affatto “smart” per le donne. Si stima che una donna su tre fatichi addirittura di più. Cosa ne pensi?

Penso che lo smart working potrebbe essere un grande strumento di conciliazione, ma certo dovrebbe cambiare la mentalità degli italiani. Gli uomini dovrebbero smettere di pensare che se la moglie è a casa penserà lei a tutto, a rifare i letti così come a portare a casa il proprio stipendio. E le donne stesse dovrebbero uscire da quel tipo di approccio alla gestione della casa e della famiglia che le vede sempre protagoniste, fin troppo spesso addirittura accentratrici, come se quello di essere le sole a portare avanti la cambusa e i lavori domestici fosse in fondo un potere.

Nel tuo libro scrivi che la situazione di noi mamme potrebbe cambiare se il mondo del lavoro rinunciasse al modello maschilista a favore del modello genitoriale. Cosa intendi precisamente per modello genitoriale?

La disparità di genere, dal pay gap ai licenziamenti delle donne che diventano mamme, si ridurrebbe moltissimo se si smettesse di pensare che la crescita dei figli spetta solo alle donne e si responsabilizzassero anche gli uomini. Penso solo ai congedi di paternità obbligatori. Se invece di durare solo una settimana durassero cinque mesi, forse i datori di lavoro smetterebbero di pensare alle donne come a quelle che, facendo figli, diventeranno un problema per l’azienda quando si assenteranno, perché la stessa assenza riguarderebbe anche gli uomini. D’altro canto i padri verrebbero messi in condizione, tanto quanto le madri, di esercitare il proprio diritto a essere genitori. Diritto che oggi in Italia viene leso, perché dagli uomini ci si aspetta che diano sempre e comunque la precedenza ai ritmi del lavoro piuttosto che alle esigenze quotidiane della famiglia.

C’è una testimonianza tra quelle che hai raccolto nel libro che ti ha particolarmente colpita?

Il libro è diviso in due. Una prima parte di testimonianze e una di appunti per fare la rivoluzione. Nella prima parte mi piace ricordare Katya, che ha fatto quattro figli e ha perso quattro volte il lavoro, e ogni volta che lo ha ricercato ai colloqui si è vista storcere il naso di fronte al suo impegno di madre moltiplicato per quattro. E Maura, stretta nella pressa tra una madre anziana malata di Alzheimer e una bambina piccola in cura al Gaslini per una malattia di lungo corso. Mi hanno colpito perché mi hanno raccontato le loro difficoltà senza rabbia o sconforto, ma con la forza della resilienza. Nella seconda parte del libro ho amato Antonella Di Bartolo, la preside che ha creato dal nulla l’istituto comprensivo del Brancaccio, quartiere difficilissimo di Palermo, convinta che dalla scuola si debba partire per costruire un futuro migliore ai nostri figli, ma anche un presente degno per le mamme. E poi Amalia Ercoli Finzi, la mamma della missione Rosetta, che mi ha raccontato la sua avventurosa vita di studiosa di stelle e navicelle spaziali e di madre di quattro figli maschi. Ma anche alcuni uomini illuminati, due manager e un avvocato, che ognuno nel proprio ambito stanno conducendo la nostra stessa battaglia.

La rivoluzione si fa con i maschi. Come renderli partecipi, più corresponsabili diciamo?

In un quarto delle coppie italiane l’uomo non svolge alcun compito domestico e oltre il 40 per cento dei padri non dedica alcun tempo alla cura dei propri figli. In famiglia, gli uomini delegano alle donne persino la cura dei propri genitori. Intervistati sulla parità di genere, al 90 per cento dicono di sostenerla, ma quando poi scendi nel dettaglio e chiedi loro se sia giusto passare un’aspirapolvere ogni tanto, il 70 per cento dice no. Atteggiamento che gli uomini portano sul posto di lavoro: nel libro descrivo un colloquio di lavoro con un imprenditore che mi dice: “In questa azienda il problema è il c…, perché tutte restano incinte. Lei figli non ne fa più, no?”. Per fortuna ci sono anche alcuni illuminati, giovani che vogliono veder riconosciuto il loro diritto a fare il padre, manager che combattono contro il pay gap e per la parità di genere. È da loro che dobbiamo ripartire. Servono azioni positive che forzino e guidino l’atteggiamento culturale della società in un’altra direzione.

mamme - una mamma con figlio seduti dentro l'aereo
Photo by Paul Hanaoka on Unsplash

Perché secondo te nei paesi nordici la situazione delle mamme è così differente?

Nei paesi del Nord Europa la rivoluzione è avvenuta. Azioni positive dei governi hanno guidato il fronte culturale verso un orizzonte di parità di genere. Tanto per dire, alle 16 si esce tutti dal lavoro, donne e uomini, perché stare con la famiglia è considerato un valore: in Norvegia se resti a lavorare quando gli altri escono sei guardato con sospetto, significa che non sai organizzare il tuo lavoro nel modo giusto e che non dai valori alla tua famiglia. Non dico che sia facile, dico che è possibile. Esistono tante soluzioni: turnazioni, part time verticale, telelavoro. Altre se ne possono inventare. Incentiviamo le aziende ad attivare il co- woking e lo smart working e a eliminare il pay gap, ridisegniamo le città e le abitazioni a misura di donna: come mi dice Annalisa Marinelli nel libro, le mamme ne sanno più degli urbanisti!

Quanto è importante fare rete tra mamme per cambiare la situazione, e come renderla possibile?

Fare rete è determinante: le donne che ho intervistato e molte di quelle che hanno letto il libro mi hanno ringraziata proprio per il fatto di aver fatto da collettore e di aver dato loro voce, perché la situazione è nota a tutti, solo che si dà per scontato che non possa cambiare. Ma è importante anche ragionare con i maschi, soprattutto quelli, diciamo così, di “ultima generazione”, senza dubbio più attenti al proprio ruolo di padri e compagni. Sul come concretizzare il cambiamento voglio dire una cosa che potrà sembrare assurda ma della quale sono più che convinta: dobbiamo utilizzare questa lunga emergenza da Covid-19, che ci sta costringendo a ripensare tutta la nostra vita. Mentre inventiamo modalità nuove per vivere in sicurezza, possiamo ripensare tutta l’organizzazione del lavoro e della conciliazione. C’è voluta una pandemia per attivare lo smart working, allungare i congedi parentali, dare sostegni economici alle famiglie per le baby sitter e in sostanza metterci tutti in condizione di gestire lavoro e famiglia senza rinunciare alla carriera oppure alla genitorialità. Ripartiamo da qui, senza disperdere questo patrimonio di esperienze positive.

Per finire, un consiglio che si sente di dare a una neomamma italiana…

Non arrendersi. Non scendere al compromesso di lasciare il lavoro di fronte alle difficoltà, ma nemmeno di rinunciare al proprio ruolo di mamma. Cercare il sostegno della comunità i cui si vive, facendo rete tra famiglie. Combattere per i propri diritti e denunciare i soprusi, sempre. Mettere un’aspirapolvere in mano al marito: il termine regina della casa è un imbroglio, probabilmente inventato dal principe azzurro. Mettiamo fine alla favola e riprendiamoci la libertà di essere tutto ciò che vogliamo, mamme presenti e donne in carriera. Si può.

Non è un paese per mamme. Intervista a Paola Setti ultima modifica: 2020-05-10T13:00:00+02:00 da Mariangela Cutrone

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