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Viene cantato per commemorare il sentimento nazionale. È l’inno di Mameli che il 10 dicembre compie 172 anni dal suo primo debutto. Un’opera rimasta ufficiosa per molto tempo e che solo recentemente ha ricevuto il riconoscimento di legge. Alle sue spalle c’è una storia fatta di sacrifici e conquiste sudate. Principi che hanno portato alla modernità attuale. Eppure sono pochi coloro che sarebbero capaci di recitarlo per intero. E così molti hanno reclamato di inserirlo nei programmi scolastici per una maggiore consapevolezza del Paese che si abita.

Inno di Mameli: Genova 1847

Contestualizzare per capire. L’inno italiano è figlio dei motti che movimentarono il suolo nazionale nella prima metà dell’’800. Un sentimento viscerale e profondo. Quello di liberarsi dalla morsa straniera e raggiungere ideali di riscatto. È all’interno di questa cornice che il genovese Goffredo Mameli si trova protagonista tra tanti. Fervente patriota compone a soli vent’anni il testo de “Il canto degli italiani”. Era il settembre 1847 quando le strofe presero forma dall’ardore emotivo di Mameli. Mancava però una melodia. Ecco perché, nel novembre dello stesso anno, l’opera raggiunse Torino.

Inno di Mameli. locandina antica con testo del Canto degli italiani

Qui il testo fu affidato al compositore Michele Novaro che lo musicò con forte zelo, tanto da decidere di apporre qualche modifica. Quel “sì” finale che sentiamo ancora oggi urlare a conclusione dell’inno. Un moto dell’animo che esplode, un impeto che non conosce freni. E così il 10 dicembre 1847 “Il canto degli italiani” vive il suo primo debutto. Accadeva a Genova, sul piazzale del Santuario di Nostra Signora di Loreto. Un testo intenso, certamente più capito all’epoca che non oggi. Perché più ci si allontana nella linea del tempo da un evento, meno se ne percepisce il valore reale. E invece dovremmo sempre avvertire la consapevolezza che “ciò che siamo oggi è frutto di ciò che è stato prima”.

Parole e parallelismi di significato

L’inno di Mameli conobbe sin da subito un certo successo. L’orecchiabilità della melodia e le sue importanti parole lo resero in breve popolare. Eppure per tanti anni rimase qualcosa di ufficioso. Perché? Con l’unità d’Italia, del 1861, la Corona Sabauda optò per un canto nazionale ben diverso. Di matrice molto più conservativa, la Marcia Reale sembrava intonarsi meglio al potere monarchico. L’opera di Mameli era certamente il simbolo del Risorgimento che alludeva a ideali un tantino repubblicani. E in effetti un veloce confronto con altri inni ben lo dimostra. Lo stesso Mameli pare avesse tratto ispirazione dalla Marsigliese. Espressione prima di libertà, uguaglianza e fratellanza. Così quel “stringiamoci a corte” secondo taluni sarebbe un’allusione al “Formez vos bataillon”, già presente nell’inno di Francia.

Inno di Mameli. L'altare della Patria, Roma

Ma anche tutti i riferimenti all’antichità classica che permettono di associare il canto italiano a quello greco. Del resto si tratta di terre che furono per secoli la culla della civiltà. Un recupero quindi delle proprie grandiose origini. Che dire poi del chiaro richiamo al dominio austriaco? In quella strofa dove “l’aquila le penne ha perdute” in cui l’animale alato rimanda direttamente allo stemma imperiale asburgico. Ma quando allora viene ufficializzato il canto nazionale? Stiamo parlando di un periodo davvero molto recente che forse tanti non si aspettano. Eppure l’inno di Mameli trovò il riconoscimento di Legge solo nel 2017 quando il Parlamento gli conferì lo status di inno nazionale di diritto.

Tra le strofe

Oggi, rispetto alla sua versione originale, dell’inno si cantano solo la prima strofa e il coro ripetuti per due volte. Ma il canto nazionale è molto più lungo. Nella sua stesura integrale, al 1847, si componeva di cinque strofe. Una sesta fu aggiunta solo nel 1859 non imputabile a Mameli, morto dieci anni prima. Cosa ci dice dunque l’inno? Riferimenti storici più o meno antichi e citazioni di una certa portata. Il romano Scipione che vinse Annibale liberando così la penisola dai Cartaginesi. La battaglia di Legnano e la vittoria sul Barbarossa.

Inno di Mameli. Dipinto raffigurante la Battaglia di Legnano contro Federico Barbarossa

E ancora l’eroe della repubblica fiorentina Francesco Ferruccio. Ma anche l’allusione ai vespri siciliani che nel corso del ‘200 cacciarono gli Angioini. E poi c’è quella strofa che recita: “i bimbi d’Italia si chiaman Balilla”, ovviamente nessun riferimento all’opera fascista. Bensì al tal Giovanni Battista detto Balilla che nel 1746 lanciò una pietra contro un ufficiale austriaco. Un episodio che diede inizio alla rivolta popolare verso gli Asburgo e che si concluse un anno dopo con la liberazione della città  di Genova. Ed è proprio dalla commemorazione di questa battaglia che debuttò l’inno di Mameli. Un insieme dunque di episodi storici. Quando da nord a sud le genti delle epoche passate da sempre lottarono. Raggiungendo così, tra ideali e principi, quel senso di unione che ci fece, e ci fa ancora oggi, un unico popolo.

Sabrina Cernuschi

Autore: Sabrina Cernuschi

Laureata in Scienze Storiche lavoro da anni nel campo della didattica culturale. Amo curiosare dietro i perché delle cose per scoprirne le origini, le storie e rimanerne entusiasta un po’ come capita ai bambini quando esplorano! Per questo prediligo scrivere articoli a tema cultura: sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo su cui indagare!
10 dicembre 1847: debutta l’inno di Mameli ultima modifica: 2019-12-10T09:00:00+01:00 da Sabrina Cernuschi

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