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Rosanna Bonasia, 43 anni, è ricercatrice e docente a Città del Messico. Si occupa di vulcanologia fisica, calcolo del rischio vulcanico, analisi e calcolo del rischio di inondazioni fluviali. Originaria di Bitonto (Bari), è laureata in Scienze Geologiche. Dal 2010 svolge attività di ricerca in Messico, dopo una precedente esperienza all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, sezione Osservatorio Vesuviano, di Napoli.

Rosanna Bonasia - convegno

Rosanna appartiene a quella categoria di italiani di cui andare fieri, che non avendo trovato nel proprio Paese la giusta opportunità per affermarsi professionalmente, e per non rischiare di rimanere precaria a vita, a malincuore, ha dovuto seguire una strada diversa. Rosanna è una di quelle preziose ricercatrici che l’Italia dovrebbe premiare e non perdere, come purtroppo accade sempre più di frequente. Oggi, può dirsi finalmente soddisfatta d’aver raggiunto il risultato meritato: la cattedra all’Istituto Politecnico nazionale di Città del Messico, e la presidenza della División de Dinámica de Fluidos de la Sociedad Mexicana de Física.

Rosanna Bonasia, primo piano

Rosanna Bonasia, gli studi

Figlia di due professori, Rosanna nutre fin da piccola una grande passione per le materie scientifiche, tanto che all’università vorrebbe studiare fisica o chimica. Condizionata dai suoi genitori che non vogliono che l’unica alternativa lavorativa per il suo futuro sia l’insegnamento, sceglie di iscriversi a Scienze Geologiche, all’università di Bari. Trovando la geologia poco stimolante, inizia ad appassionarsi alla vulcanologia e alla sua relazione con la meccanica dei fluidi. Si interessa in particolare dell’aspetto sociale della materia: il rischio vulcanico e la prevenzione dei danni. Nel 2002, si laurea e inizia il dottorato a Bari.

Rosanna Bonasia, vulcano

Rosanna Bonasia, la carriera

Nel frattempo consegue un master a Tor Vergata (Roma). Nel 2008 arriva il primo assegno di ricerca all’Ingv di Napoli, che scade il 2010 senza alcuna possibilità di contrattazione. Da quel momento in poi, Rosanna comincia a pensare di lasciare l’Italia. Una proposta le arriva dal Messico: è una borsa di studio. Lontano da casa, inizia per lei un periodo altalenante, in cui si susseguono i contratti a termine e le difficoltà non mancano con gli stessi colleghi ricercatori. Finalmente, nel 2013, arriva il risultato tanto atteso. Rosanna ottiene una cattedra all’Istituto Politecnico nazionale di Città del Messico, nella facoltà di ingegneria civile. Costretta a mettere un po’ da parte la vulcanologia, entra nella Società messicana di fisica, coronando il sogno di ragazzina. Ma la nostalgia dell’Italia rimane forte in lei, che vorrebbe ritornare, ma sa bene che ciò significherebbe dover accettare un contratto a termine, senza garanzie per il futuro.

Rosanna Bonasia con microfono

Rosanna Bonasia: i problemi della ricerca italiana

In questa intervista, Rosanna ci parla dei problemi che vivono i ricercatori italiani, della sua vita, della sua famiglia e delle difficoltà che ha vissuto per arrivare dove è arrivata.

Dottoressa, cosa manca alla ricerca italiana?

Che le venga data l’importanza che le spetta. L’Italia ha formato generazioni di ricercatori di altissimo livello in tutti i campi delle scienze. Ha avuto per secoli università e accademie scientifiche invidiate da tutto il mondo. La preparazione accademica di chi si formava in Italia é stata, fino a non molto tempo fa, completa e rigorosa, al punto che i ricercatori italiani sono sempre stati richiesti e benvenuti all’estero. Purtroppo, però, tutte queste tendenze direi che sono cambiate nel corso degli ultimi vent’anni.

Cosa è cambiato esattamente?

Sono cambiati gli ordinamenti universitari, che hanno certamente abbassato il livello di preparazione degli studenti. I finanziamenti alla ricerca sono diventati sempre più poveri e, in alcune istituzioni, inesistenti da molto tempo. I ricercatori italiani vivono una vita da precari. Gli viene chiesto di produrre sempre di più in prospettiva di un posto fisso, con la frustrazione di non vederlo mai quel posto fisso, perché le università sono “poco virtuose” e soldi non ne hanno.

“L’Italia ha smesso di dare importanza alla ricerca”

L’Italia ha smesso di dare importanza alla ricerca e questo si riflette nel fatto che nessuno viene più a fare ricerca in Italia, piuttosto sono gli studiosi italiani che se ne vanno. L’Italia continua ad avere ricercatori di altissimo livello, che sfortunatamente restano nell’ombra. Non gli viene dato il giusto riconoscimento e l’importanza che meritano. Paradossalmente, si sente parlare più di chi, come me, sta fuori dal Paese, che di quelli che continuano a lavorare in condizioni spesso molto frustranti in Italia, che comunque continua a produrre ricerca di alto livello.

lavoro

Come si svolge la sua giornata lavorativa?

In condizioni normali, ossia quando il coronavirus non era ancora arrivato a sconvolgere le vite di tutti, ero in ufficio alle 9 del mattino. Le prime ore le dedicavo principalmente a studiare per avanzare nella mia ricerca. Poi, iniziavo a ricevere gli studenti che ho in tesi e, un paio di volte a settimana, facevo lezione in forma presenziale. Mezz’ora per mangiare seduta alla mia scrivania e, subito, nel pomeriggio, mi dedicavo alla parte pratica del mio lavoro: simulazioni numeriche, redazione di articoli scientifici, riunioni con il collegio dei docenti. Da un anno sono il presidente della División de Dinámica de Fluidos de la Sociedad Mexicana de Física e per 3 anni sono stata vice presidente dell’Associazione dei Ricercatori Italiani in Messico (Arim). Quindi, prima di andare a casa, mi dedicavo a rispondere alle mail delle associazioni che gestivo e ad organizzare eventi scientifici insieme ai collaboratori del consiglio direttivo.

distanziamento sociale

Rosanna Bonasia racconta la pandemia in Messico

Come sta vivendo l’emergenza coronavirus?

Questo periodo è stato e continua a essere difficile. In Messico siamo in casa, almeno noi ricercatori, da marzo. Ho fatto lezione online fino alla fine del semestre e ho cercato di mantenere i ritmi che avevo prima della quarantena. Ho cercato di mantenere vivo l’interesse dei miei studenti, che come me hanno vissuto momenti molto difficili, perché si sono ammalati parenti o amici, e perché non riuscivano a gestire a livello emotivo la situazione nuova che stavano vivendo. Ma ce l’abbiamo fatta finora. Personalmente, stare a casa mi ha permesso di avanzare con la ricerca e con gli impegni di divulgazione scientifica che prima dovevo lasciare un po’ da parte per questioni di tempo. Però, non nascondo che ci sono giorni in cui le ristrettezze della quarantena si fanno sentire forti, e l’unica cosa che faccio e stendermi sul divano e guardare netflix.

palazzo con scritta mexico

Cosa le ha dato il Messico?

Il Messico, innanzitutto, mi ha dato la possibilità di continuare a lavorare quando, finito il mio primo assegno di ricerca in Italia, non avevo nessuna alternativa. La mia carriera professionale in Messico, però, non è stata facile. Anche qui ho sperimentato ingiustizie e sono stata messa di fronte a molti ostacoli. Però è un paese che sta crescendo e, nonostante i vari intoppi che ho affrontato, ho sempre potuto continuare a lavorare. Attualmente non ho ancora un posto fisso, ma sono professoressa in un Politecnico da quando avevo 38 anni, che non è poco.

Rosanna Bonasia, panorama pugliese
Un panorama pugliese

Con l’Italia nel cuore

Cosa le manca dell’Italia?

La mia famiglia innanzitutto e gli amici di tutta la vita. Però cerco di tornare in Italia almeno due volte all’anno (pandemie permettendo) e parlo con la mia famiglia più di una volta al giorno. Mi manca, forse, il riconoscimento da parte del mio Paese per il lavoro che svolgo. A volte penso che avrei potuto farlo e bene in Italia, ma poi penso che ci sono molte categorie di lavoratori italiani che sono dimenticate e che vivono situazioni di gran lunga più complicate della mia, e mi rendo conto che sono fortunata.

Le piacerebbe ritornare?

Certo! Però alle condizioni che mi spettano. Probabilmente dieci anni fa, quando sono arrivata in Messico, una borsa di studio dall’Italia mi avrebbe resa felice. Adesso, con i titoli che ho acquisito, l’esperienza e tutto il lavoro svolto, tornerei con un contratto simile a quello che ho qui. Con garanzie per il mio futuro. Penso che queste siano le aspettative di molti ricercatori, anche di quelli che sono rimasti in Italia.

Ci parla della sua famiglia?

Mia madre è una professoressa di filosofia in pensione e mio padre è geometra. È stato professore e vice preside di una scuola media di un paese vicino al mio, per tanti anni. Continua a lavorare come geometra nello studio di ingegneria civile che dirige mio fratello, che è ingegnere. Siamo una famiglia molto unita e, per questa ragione, credo che ancora adesso, dopo dieci anni, non si siano rassegnati completamente a tenermi lontano da casa. Ma sono anche persone che non mi hanno mai ostacolata nelle mie scelte e penso che si sentano orgogliosi dei risultati che ho ottenuto stando lontano.

Ha qualche rammarico?

Credo che l’unico rammarico che ho sia quello di aver probabilmente fatto soffrire i miei per la mia lontananza, ma mi fa piacere vedere come si riempiono di orgoglio quando pubblico un nuovo articolo o quando vengo nominata per un premio. Spero che questo possa compensare in qualche modo l’idea di avermi ancora lontana.

(Foto Rosanna Bonasia Pagina Facebook)

Rosanna Bonasia, ricercatrice a Città del Messico, con la nostalgia per l’Italia ultima modifica: 2020-07-11T14:30:00+02:00 da Antonietta Malito

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